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Economia&Lavoro

Buste arancioni, invio e ruolo del commercialista

L’operazione dell’Inps conferma il ruolo centrale della categoria nel diffondere una nuova cultura previdenziale

di Andrea Costa, Angela Fusco

Più di 20 anni fa, in Svezia, i lavoratori ricevevano una comunicazione dall’ente previdenziale volta a renderli edotti della propria posizione pensionistica, fornendo apposite proiezioni sull’assegno che sarebbe spettato loro una volta in quiescenza.
In più occasioni, anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sollecitava - pure attraverso le pagine di lavoce.info - l’implementazione di un analogo sistema nel nostro Paese, senza peraltro ottenere le opportune risposte dalle autorità competenti, preoccupate, apparentemente, dei costi connessi all’invio delle missive. Nominato a fine 2014, Boeri ha individuato nella busta arancione – il cui colore richiama il plico ricevuto dai cittadini svedesi – uno strumento cardine della più ampia campagna di informazione previdenziale lanciata dall’Istituto, a partire dal mese di aprile 2016, assieme all’Agenzia per l’Italia digitale.
Non tutti i lavoratori in attività riceveranno la busta, ma solo coloro che non abbiano ancora richiesto il pin per accedere, sul sito dell’Inps, al simulatore on line “La mia pensione”, che consente di calcolare le proiezioni dell’importo pensionistico sulla base dell’imputazione di taluni parametri di base parzialmente modificabili. In particolare, in questa prima fase, la busta verrà inviata agli iscritti al fondo pensione lavoratori dipendenti, alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, alla gestione separata, al fondo ferrovieri ed altri fondi speciali, mentre i lavoratori del settore pubblico dovranno attendere un lasso di tempo maggiore, dovendosi ancora completare il processo di ricostruzione della loro carriera lavorativa.
Nella busta, che non assume alcun valore certificativo, vengono indicati i contributi sin qui accreditati nella pertinente gestione, senza considerare quanto versato ad altri fondi, casse di previdenza od all’estero, ovvero i possibili ricongiungimenti. Inoltre, aspetto di assoluta novità, viene riportato il tasso di sostituzione, determinato sulla base della proiezione del primo assegno previdenziale e dell’ultima retribuzione o reddito percepiti a valori 2016, il che consente un miglior raffronto con la situazione attuale. Il calcolo delle proiezioni viene effettuato sulla base dei contributi sino ad ora versati, ipotizzando una crescita costante del PIL dell’1,5 per cento, l’assenza di eventuali periodi di inattività lavorativa e, soprattutto, l’invarianza dei requisiti anagrafici e contributivi minimi per l’accesso al trattamento pensionistico attualmente in vigore. Trattasi di calcoli da verificare anno per anno e la cui affidabilità è maggiore avvicinandosi all’età pensionabile, disponendosi di un set informativo più completo.
Come tutti i dati è necessario saperli leggere, interpretare correttamente, così da poter valutare con attenzione le informazioni contenute e porre in essere le opportune azioni per una gestione ottimale intertemporale delle proprie entrate. Ed è proprio con riferimento a questa attività che il commercialista assume il proprio ruolo chiave di consulente, supportando adeguatamente le scelte di pianificazione, presenti e future, del cliente. Due sono in particolare gli elementi che meritano attenzione.
Il primo riguarda l’attendibilità dei contributi accreditati, dovendosi verificare la corrispondenza tra gli anni lavorati e quanto riportato nella busta dall’Inps e, se del caso, porre in essere tutte le azioni opportune per la relativa regolarizzazione, ricostruendo le circostanze che hanno portato allo sfasamento.
Il secondo elemento riguarda l’attività di supporto nell’interpretazione delle proiezioni, calcolate sulla base di presupposti che, probabilmente, non troveranno rispondenza in futuro, soprattutto nei casi in cui l’età pensionabile sia ancora lontana. Sul punto occorre rilevare come la campagna dell’Istituto sia stata impostata con l’intento di illustrare ai lavoratori, dati alla mano, le conseguenze del sistema introdotto dalla riforma Dini del 1994, con il progressivo passaggio da un (insostenibile) sistema retributivo a quello contributivo. Il futuro pensionato viene così informato della circostanza che non potrà più beneficiare del regime di estremo favore di cui gli italiani hanno goduto per tanti anni, fornendogli, al contempo, taluni strumenti di valutazione utili ad una migliore pianificazione delle proprie uscite finanziarie, sensibilizzandolo ad una più attenta allocazione degli investimenti a medio e lungo termine. Il riferimento è soprattutto al ricorso alla previdenza complementare, il cui ruolo di elemento di integrazione della pensione di base è in Italia poco sviluppato rispetto ad altri Paesi membri dell’Unione europea. Si ricorda che in Italia le forme pensionistiche complementari vennero disciplinate per la priva volta con il D.Lgs n. 124/1993 e riformate successivamente dalla L. n. 335/1995 e dal D.Lgs. n. 252/2005. Nonostante la previsione di apposite agevolazioni fiscali per lavoratori ed imprese, le forme pensionistiche complementari, sia collettive che individuali, non hanno beneficiato di una larga diffusione. Ciò è addebitabile anche alla mancanza di un’adeguata informazione circa l’entità della prestazione pensionistica pubblica a seguito del passaggio al sistema contributivo: l’unica informativa per favorire l’adesione dei lavoratori alle forme pensionistiche complementari risale all’entrata in vigore dell’ultima riforma della previdenza complementare nel 2007, alla quale è seguita solo quella attuale delle buste arancioni.