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Professione Economica e Sistema Sociale Testata Ufficiale del Consiglio Nazionale
dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili

Ordini&Territorio

Commercialisti e crisi, un futuro possibile

A Torino un progetto interprofessionale punta su brainstorming costruttivo e tecniche psicologiche di analisi e riappropriazione delle competenze attivate

di Emanuela Barreri

Commercialisti, crisi economica, nuove esigenze da parte della clientela. Negli ultimi anni anche la professione del commercialista è diventata una professione di “aiuto”, in quanto i clienti si rivolgono al proprio commercialista non solo per avere consulenza, ma spesso per sfogarsi e per trovare un conforto alla crisi imperante. Altrettanto spesso il commercialista viene accusato di essere la causa dei problemi del cliente, in un’ottica paranoica di spostamento del problema su colui che, nell’immaginario del cliente, ha dato consigli che hanno portato alla crisi o che comunque non ha fatto/detto/consigliato quello che col senno del poi (e soprattutto col senno del cliente) avrebbe evitato la crisi. Il fenomeno è oggetto di studio da parte di un gruppo che coinvolge gli Ordini dei dottori commercialisti ed esperti contabili, degli psicologi e degli architetti di Torino e provincia, al fine di sperimentare strumenti innovativi di collaborazione interprofessionale, di approfondire tematiche comuni all’organizzazione degli studi professionali evoluti, di ampliare gli ambiti relazionali dei partecipanti in una logica interprofessionale, di essere strumento di creatività e consapevolezza attraverso l’utilizzo del brainstorming costruttivo e delle tecniche psicologiche di analisi e riappropriazione delle competenze attivate.

I commercialisti si trovano in una situazione di difficoltà, in quanto non sono pronti a contenere queste ansie, si sentono spesso in colpa e si fanno altrettanto spesso carico personalmente dei problemi dei loro clienti. Va inoltre tenuto presente che il commercialista ha da sempre avuto come primario interlocutore il fisco, che viene visto dai clienti - ma anche dai commercialisti - come un “papà che punisce”, sempre pronto ad erogare una pesante sanzione al primo sbaglio. Questa cultura “punitiva” spaventa e alimenta tensioni che non consentono di svolgere serenamente la professione. E’ quindi necessario individuare alcuni momenti e strumenti che consentano al commercialista di esercitare la propria professione con serenità, pienezza e autenticità, nonché di promuovere un cambiamento culturale che riqualifichi l’immagine della professione, in quanto il ruolo del commercialista è fondamentale per lo sviluppo della società e il benessere delle persone che ne fanno parte.

Tra le problematiche più frequenti:
Sovraccarico di lavoro: adempimenti sempre più pressanti da fare in poco tempo, necessità di trovare un riequilibrio tra tempo libero e lavoro
Guadagni: margini di guadagno sempre più contenuti a causa della diminuzione dei compensi per stare sul mercato, clienti che chiudono
Concorrenza: Caf, società di revisione, tra colleghi stessi
Cambiamenti: necessità di continuo aggiornamento, non solo nelle materie “canoniche” per la professione, ma in ogni altro campo (es. tecnologie informatiche, social media), necessità di cambiare l’organizzazione dello studio, in particolare nel rapporto con le risorse umane, necessità di essere continuamente informati “in tempo reale”, con internet tutti sanno tutto e spesso prima di noi
Responsabilità: il carico di responsabilità è aumentato perché con l’informatizzazione sono aumentati i controlli, se in passato era concesso fare qualche errore adesso c’è maggiore informazione e ci sono maggiori controlli, quindi gli errori vengono “ a galla”
Immagine: il commercialista viene spesso visto come colui che fa pagare le tasse, anzi come colui che ne fa pagare troppe (la bravura del commercialista, nell’immaginario collettivo, è legata al pagare “poche” tasse … non importa quali … l’importante è pagare poco)

Perché il brainstorming:
perché abbiamo bisogno di imparare in modo diverso, le lezioni frontali annoiano
perché il mondo è cambiato, abbiamo bisogno di dircelo “vis a vis”
perché sentiamo il bisogno di esprimere la nostra creatività
perché attraverso il pensiero di gruppo le idee si amplificano e si visualizzano meglio
perché aiuta a FARE gruppo e a collaborare tra colleghi, anche di altre professioni
Perché tra professionisti di aree diverse?
Perché per troppo tempo abbiamo avuto paura nel scambiarsi le conoscenze, siamo sempre stati abituati ad avere paura dell’altro, paura che l’altro ci “rubi” il cliente.
Perché invece dal confronto e dalla diversità si cresce, è solo un problema di trovare un linguaggio comune.
Perché abbiamo capito che non siamo diversi ma che abbiamo tutti gli stessi problemi.

Perché noi professionisti?
I professionisti sono attori del processo di cambiamento, hanno un patrimonio di conoscenze non utilizzato perché troppo spesso non riescono a riconoscersele e a comunicarle.
In questo momento c’è bisogno di esprimere la creatività’ che trova nelle nostre competenze fonte di ispirazione.
Abbiamo competenze tecniche ma anche di tipo sociale, siamo a contatto da sempre con una moltitudine di persone e abbiamo un patrimonio di conoscenze non solo tecniche ma “umane”.