Press

Professione Economica e Sistema Sociale Testata Ufficiale del Consiglio Nazionale
dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili

Italians Do It Better

Il Labirinto più grande del mondo

In provincia di Parma, in un borgo ricco di storia, il grande tributo di Franco Maria Ricci all’arte ed alla natura

di S. Arg.

Il Labirinto più grande del mondo si trova a Fontanellato, in provincia di Parma, e nasce da un’idea di Franco Maria Ricci, noto editore, designer, collezionista d’arte, bibliofilo italiano. Si tratta di un dedalo elegante e seducente che celebra la bellezza della natura, ma si pone anche come luogo di grande cultura.
Franco Maria Ricci inizia la sua attività di editore e artista grafico a Parma nel 1963. Progetta marchi, manifesti, pubblicazioni e si dedica allo studio dell’opera e dello stile di Giambattista Bodoni, di cui ristampa il Manuale Tipografico in novecento esemplari. Nel 1965 fonda a Parma la casa editrice FMR, che pubblica edizioni d’arte e letterarie di pregio. A partire dal 2005 si dedica, dopo anni di progettazione, anche alla costruzione di un labirinto nella campagna presso Fontanellato.
Il labirinto realizzato da Ricci, esteta di gusto eccelso e da sempre amante del bello, si estende su otto ettari di terreno e tre chilometri di percorsi interni, da lui progettati con gli architetti Pier Carlo Bontempi, che ha eseguito i sorprendenti edifici, e Davide Dutto che ha curato la geometria del parco.
Multiforme ed originale, già a partire dall’architettura dell’intero progetto che si ispira alla forma del labirinto romano con angoli retti e suddiviso in quartieri (quattro labirinti intercomunicanti), il Labirinto di Ricci rielabora quello classico, introducendo delle piccole trappole costituite da bivi e vicoli ciechi, non presenti in quelli romani, rigorosamente univiari. Il perimetro è a forma di stella, forma che compare per la prima volta nel Trattato di architettura del Filarete ed in seguito adottata da Vespasiano Gonzaga a Sabbioneta e dalla Repubblica Veneta a Palmanova in Friuli.
All’interno risiede anche una cappella a forma di piramide, a commemorazione dell’antico legame tra i labirinti e la Fede. Sul pavimento di questo edifico è raffigurato un ulteriore labirinto, come un continuo richiamo tra esterno ed interno, dove è anche possibile celebrare delle cerimonie.
Il Labirinto della Masone si presenta come un luogo di cultura che include la casa editrice Franco Maria Ricci; una vasta biblioteca con volumi stampati da Bodoni, tutte le sue edizioni e quelle di un altro importante esponente della bibliofilia italiana, Alberto Tallone; un museo con la vastissima collezione d’arte di Franco Maria Ricci che comprende ad oggi un patrimonio enorme composto da oltre cinquecento opere fra pitture, sculture e oggetti d’arte, dal ‘500 al ‘900. L’eclettismo di Ricci si nota anche nella varietà delle opere collezionate: da Bernini a Ligabue, da Carracci alla sua preziosissima Jaguar degli anni ’60.
Il valore del Labirinto, tuttavia, non si esaurisce qui perché esso offre un’esperienza raffinata anche per il tempo libero grazie ai 2.000 metri quadri della piazza situata al centro, pronta ad ospitare concerti, feste ed esposizioni, al ristorante per chi desidera pranzare in maniera elegante gustando la tradizionale cucina parmense ed italiana, ideata e realizzata da rinomati chef “stellati”, ed al bistrò-caffetteria. Non mancano le suites, appartamenti lussuosi, rifiniti con decorazioni di opere d’arte ed arredi raffinati, destinate soprattutto ad ospiti d’onore venuti da lontano.
Infine, il Labirinto è un grande tributo alla botanica, in quanto realizzato con oltre duecentomila bambù appartenenti a venticinque differenti specie, da quelle nane a quelle giganti. La passione di Franco Maria Ricci per il bambù ha origine negli anni Ottanta: il Labirinto è infatti la dimostrazione vivente delle immense potenzialità di questa pianta straordinaria. Persino il pavimento in parquet degli edifici è stato realizzato con lo stesso materiale, per assicurare una maggiore coerenza con l’intero progetto.

Come nasce l’idea di realizzare il Labirinto?
Da una promessa fatta nel 1977 allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, affascinato da sempre dal simbolo del labirinto anche visto come metafora della condizione umana. Ci sono labirinti con Minotauri. E giardini colmi di delizie. Eden in cui è bello vagare, labirinti mentali dove perdersi e poi ritrovarsi… Dodici anni fa, per dedicarmi alla costruzione del Labirinto, abbandonai quasi completamente le mie attività editoriali, che passarono in altre mani.

Perché un labirinto in bambù?
La pianta tradizionale dei labirinti è il bosso. Anch’io forse l’avrei usato se fossi stato più giovane, ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo. L’età mi ha fatto innamorare di questa pianta meravigliosa, che è uno dei molti doni dell’Oriente, e oggi anche il nome di uno dei miei cani.
Se i bambù del mio parco sono cresciuti così rigogliosi è forse perché respirano bene, a poca distanza da un fiume il cui nome profuma di Cina: il Po. Si tratta di una pianta straordinaria, che non si ammala, non si spoglia d’inverno, a causa della sua impaziente crescita assorbe grandi quantità di anidride carbonica lasciando a noi l’ossigeno e non provoca disastri a causa di tifoni o trombe d’aria (nessuno è mai morto perché gli era caduto addosso un tronco di bambù). Spero che, fra qualche anno, questa pianta diventi un elemento importante del paesaggio padano e che i nostri imprenditori accettino di mascherare i loro capannoni con le delicate cortine verdi delle mie canne. Cambiare il volto della Val Padana, restituendole una grazia perduta, è oggi il più ambizioso dei miei sogni. La Fondazione fornirà le piante necessarie ed un servizio di consulenza gratuita. Il costo dell’operazione è trascurabile, cento piante di bambù non costano più di 2000 euro e si sviluppano senza difficoltà.

Quali sono i compiti specifici della Fondazione Franco Maria Ricci?
Sono due: il primo, quello di conservare i miei libri e la mia collezione d’arte, promuovere le (numerose) attività culturali del Labirinto, per quanto possibile mantenendo fede all’ispirazione originaria. Il secondo, cui tengo moltissimo, è di carattere paesaggistico e botanico: si tratta del restauro del paesaggio padano. Durante la mia vita ho visto, con tristezza, degradarsi i luoghi della mia gioventù. Erano i tempi in cui mi spostavo di continuo tra Parma e Milano, lungo l’Autostrada del Sole appena inaugurata; ai lati scorreva una pianura pingue, pulita, ricca di colture erbacee, di casali, di fienili, di borghi visibili in lontananza, di nebbie e di brine. La dolcezza del paesaggio, la bellezza delle albe e dei tramonti contribuivano, credo, alla mia felicità. Oggi, ogni volta che ripercorro lo stesso asse viario, vedo sfilare tristemente e senza interruzioni il retro di disadorni capannoni industriali, con cumuli di detriti, apparecchiature in disuso, macchinari sfasciati, immondizie e cascami industriali. So che quegli edifici offrono molte occasioni di lavoro e di benessere: non possono certo essere eliminati, ma mi chiedo se non si possa in qualche modo ovviare agli inconvenienti legati al loro aspetto ingrato.

Oltre che tributo alla bellezza della natura, il Labirinto è anche un’opportunità unica per esprimere e condividere con il più ampio pubblico la sua sensibilità verso i temi legati alla ricerca estetica ed alla sua vasta ed eclettica collezione d’arte?
Cerco di guardarla come se non l’avessi mai vista, è una sorta di Wunderkammer che, inevitabilmente, rispecchia me stesso, il mio gusto ed indirettamente, attraverso certe assenze, i miei rifiuti. Opere di grandi artisti coabitano con altre di artisti minori o popolari. Qua e là si formano addensamenti intorno ad un periodo, ad un genere, ad una sensibilità. Molte le sculture riferibili al Settecento ed all’Impero e poi, quando il neoclassico entra nell’orbita napoleonica (quindi bodoniana), ecco i busti della brulicante famiglia Bonaparte. Un passo indietro, nel tempo: all’ottimismo rivoluzionario ed alle glorie napoleoniche fanno da controcanto le mie Vanitas, nature morte con teschio, spesso granghignolesche. Non mancano i manieristi né la grande scultura del Seicento (Bernini, Foggini, Merlini) né artisti legati agli anni d’oro del ducato di Parma né la pittura romantica
e popolare dell’Ottocento e le opere del Novecento. È la mia collezione. Ne ho sorvegliato l’allestimento: non sarà quello casuale di una quadreria né quello scientifico di un Museo; procederà per associazioni (d’idee e di forme) e non si asterrà dal sottolineare i parallelismi che esistono tra le mie scelte editoriali e quelle di collezionista.

Insieme al museo riapre tra le mura del Labirinto anche la casa editrice e, con essa, quella che Federico Fellini definiva “La perla nera”, ovvero la rivista FMR...
Oggi la casa editrice rinasce e avrà la sua sede nel Labirinto. Chi lo visiterà avrà l’occasione di incontrare giovani indaffarati, che consultano libri o siedono davanti ad un computer. Saranno i collaboratori ed i redattori della casa editrice. Non svolgeranno il loro lavoro in uffici inaccessibili e non se ne staranno, come certi custodi di museo, pigramente seduti sull’unica sedia disponibile, immersi nella lettura de La Gazzetta dello Sport, ma si dedicheranno alla loro attività in mezzo ai quadri ed alle statue.