Press

Professione Economica e Sistema Sociale Testata Ufficiale del Consiglio Nazionale
dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili

Finanza&Imprese

L’Europa punta sulle operazioni di M&A. Quale futuro per le PMI italiane?

È boom di aggregazioni tra imprese in tutto il mondo, ma il nostro Paese arranca. I recenti decreti sulla certezza del diritto potrebbero però renderle finalmente più facili anche da noi

di Marco Fazzini

Il 2014 è stato un anno record per le operazioni di M&A. Era da prima del 2008 che, a livello globale, non veniva totalizzato un numero così elevato di deal, oltretutto per un controvalore superiore a 4.700 miliardi USD, di circa il 30% superiore a quello del 2013. Anche in Europa, dopo anni caratterizzati da una certa stagnazione, si è tornati ai livelli pre-crisi, soprattutto grazie agli interventi effettuati da fondi di private equity e da venuture capitalist, che hanno puntato a perseguire logiche di integrazione. Basti pensare che soltanto i primi 20 fondi di private equity (tra cui Fosun International, The Blackstone Group, RRJ Mangament, Quian Hai Golden Bridge Management, etc.) hanno concluso deal per circa 300 miliardi USD.
Prendendo a riferimento le tre principali aree economiche, si registra che il maggior numero di operazioni è avvenuto nel Far East & Asia Centrale (22.467), seguita dall’Europa Occidentale (21.259) e dal Nord America (18.018). Tuttavia, in termini di controvalore, il podio spetta al Nord America (1.816 miliardi USD) che, con un incremento del 37% rispetto al 2013, distanzia in modo significativo sia il Far East & Asia Centrale (1.043 miliardi USD) che l’Europa Occidentale (1.163 miliardi USD).
I Paesi in cui si è avuta la massima concentrazione di deal sono: gli Stati Uniti (1.654 miliardi USD), la Cina (507 miliardi USD), il Regno Unito (261 miliardi USD) e il Canada (168 miliardi USD). L’Italia, con un controvalore di 88 miliardi USD, si è piazzata al dodicesimo posto, preceduta, tra gli altri, da Francia, Giappone, Germania, Olanda e Russia.
A livello europeo, e più o meno specularmente anche su base globale, i settori coinvolti in un più elevato numero di operazioni di M&A sono i seguenti: produzione di macchinari e impianti, commercio all’ingrosso e al dettaglio, servizi bancari, chimica, costruzioni, editoria, alimentari.
A livello continentale, l’Italia è posizionata al quinto posto in termini di controvalore dei deal, ma nessuna società italiana, sia in veste di acquiror o di target, risulta tra le top 20, a meno che non si consideri l’aumento di capitale di Banca Monte dei Paschi di Siena, che ha visto l’ingresso di nuovi soci nel capitale (tra cui il fondo BlackRock Inc.).
I risultati del primo semestre del 2015, a livello globale, sembrano confermare il trend del 2014, facendo registrare un ulteriore incremento del controvalore dell’8%. In Italia si segnala invece una parziale contrazione delle operazioni di M&A, con un solo deal tra i top 20 perfezionati nella prima parte dell’anno (concluso da Pioneer Investments).
Nel nostro Paese, che sta ancora faticando per individuare una way out dalla crisi, le aggregazioni tra imprese possono costituire una risposta positiva alle istanze di internazionalizzazione, in quanto consentono di raggiungere una soglia dimensionale adeguata per operare in modo competitivo.
Tuttavia in Italia possono essere identificate almeno tre ragioni che oggi limitano le operazioni di M&A.
In primo luogo, la più radicata presenza di un capitalismo a base familiare ridimensiona il ruolo degli investitori istituzionali nel capitale delle società e, conseguentemente, la possibilità di più frequenti “passaggi di mano”;
in secondo luogo, la normativa contenuta nel codice civile, nel lodevole intento di salvaguardare le posizioni soggettive dei soci e dei creditori, rende i tempi di perfezionamento dell’operazione estremamente più lunghi di quelli di altri Paesi europei. Basti pensare che la documentazione di corredo deve transitare tre volte dal registro delle imprese (dopo la delibera degli amministratori, dopo quella dei soci e, infine, dopo la registrazione dell’atto); che i “tempi morti” per assicurare la visione del progetto ai soci e ai creditori è, per le società con capitale rappresentato da azioni, di ben 90 giorni; che un qualunque creditore può opporsi all’operazione, qualora ritenga che essa sia pregiudizievole nei suoi confronti. Bene che vada, un’operazione di M&A si conclude in 100/120 giorni, che costituiscono un arco temporale eccessivamente esteso per i tempi di risposta richiesti dagli standard internazionali;
infine, la caotica giurisprudenza sull’elusione e sull’abuso del diritto ha reso del tutto indefiniti i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, ingenerando un sentiment di sfiducia che ha influito non poco sulle scelte aziendali. I recenti decreti sulla certezza del diritto, che hanno riformulato il concetto di valida ragione economica, e l’istituto degli interpelli dovrebbero portare un po’ di chiarezza e, forse, rivitalizzare parzialmente le operazioni di M&A.