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Cultura

Madama Butterfly e la suggestione dei tempi moderni

Alle Terme di Caracalla una contestualizzazione forse inopportuna del capolavoro di Giacomo Puccini, diretto dal regista catalano Alex Ollè

di A. E.

Gran parte della bellezza dei capolavori sta nella loro immutabilità, nel loro sopravvivere al divenire dei tempi con la stessa intensità del loro primo essere. Così, la lirica di un dramma può mantenere intatto il suo viscerale pathos primordiale pur davanti ad un pubblico moderno, senza perciò doversi contaminare essa stessa di modernità.
Ed è forse proprio questo il maggior demerito della Madama Butterfly diretta da Alex Ollé, che lo scorso 6 luglio ha inaugurato alle Terme di Caracalla la stagione estiva dell’Opera di Roma, quest’anno interamente dedicata a Giacomo Puccini.
La suggestione del classico, che – in una cornice straordinaria com’è quella dell’antico sito archeologico – avrebbe potuto amplificarsi naturalmente, ha invece subìto la sopraffazione di una diversa suggestione, “forzata” dal bisogno di una contestualizzazione forse inopportuna.
Nell’immaginario collettivo Cio-cio-san è la giovane sposa giapponese che attende il ritorno dell’uomo che ama, lo spregevole tenente di marina americano che l’ha sposata “all’uso giapponese” (“…per novecentonovantanove anni, salvo a prosciogliermi ogni mese…”) e che da tre anni non fa più ritorno; colei che con autentico trasporto fa seguire a labbra strette, in coro sommesso, quelle arie salienti divenute emblema dell’intera opera: da “Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo…” , a “Addio! Piccolo amor! Và, gioca, gioca…!”; i kimono, le divise, i paraventi dai disegni floreali sono le vesti e gli arredi con cui da sempre si identificano il tempo e i luoghi dei fatti.
Ebbene, non c’è da aspettarsi nulla di tutto ciò nella nuova interpretazione registica del catalano Ollé, dove il tenente Pinkerton diventa uno spocchioso palazzinaro in doppio petto che senza scrupolo fa sfollare baraccati senza terra, lasciati sfilare in mesta processione coi loro miseri bagagli (geniale uso di immagini tristemente attuali?), davanti ad un cartello pubblicitario che – in tempi cupi di spending review e calo del PIL! – sollecita l’acquisto delle “ultime unità disponibili” di un recente complesso residenziale. Il console Sharpless arriva in scena in taxi, un pretenzioso (ma ecologico!) BMW i3 con tanto di logo “Roma Capitale”. Lo zio bonzo assume un’aria minacciosa col suo impermeabile Burberry ed un paio di Ray-ban. E infine, la stessa protagonista, divenuta ragazza metropolitana nonché filoamericana, veste shorts di jeans e canotta con stampa del vessillo statunitense, calzando sneackers anziché infradito! L’unica coerente sembra restare Suzuki, non foss’altro per il nome evocativo…!
Potrebbe anche funzionare (del resto, la scenografia è straordinaria: i vecchi ruderi delle Terme sembra rivivano nelle altre sembianze di cui sono rivestiti tramite immagini proiettate: nuvole che si rincorrono, facce di luna piena, alti palazzi illuminati. C’è perfino un boschetto di snelle betulle, montato su una collinetta posticcia semovente che sfila via al cambio di scena), se non fosse che lo sforzo di immaginazione richiesto per coniugare il testo del libretto – antico ed assolutamente fedele – a gesti ed azioni appartenenti a contesti più recenti è davvero esagerato. E’ difficile infatti pretendere che ad un disinvolto uso di cellulari per selfie durante la cerimonia del matrimonio Pinkerton-Butterfly corrisponda l’anacronistica assenza di notizie – protratta da tre anni – lamentata dalla giovane sposa nipponica, che si affida a sporadiche lettere di carta ed inchiostro, in una ritrattata epoca che denuncia tutt’altro progresso!
Meglio forse un nostalgico rigurgito di classico che un’indigesta glassatura di modernità.
Rendiamo allora a Puccini ciò che è di Puccini!