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Professione Economica e Sistema Sociale Testata Ufficiale del Consiglio Nazionale
dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili

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Non mi piacciono i fallimenti

di Giovanni Castellani

Quando mi resi conto che il fallito, un povero cristiano dalla voce roca, con il quale ebbi solo colloqui telefonici, continuava a rinviare il nostro appuntamento, e che il furgoncino Ape, unico valore patrimoniale, non si trovava nel garage dichiarato e non ci si sarebbe mai trovato, decisi che quell’attività non faceva per me. Non mi interessavano procedure bizantine e rigorismi formali, non mi affascinava l’idea di disporre dell’agire di qualcuno; per far cosa poi? Nel novanta per cento dei casi, per dire ufficialmente ai creditori che avrebbero perso il loro denaro o, per dirla con Victor Hugo: «Per collaborare con la giustizia che si impadronisce dei beni del fallito per privarne i creditori». No, la materia, con tutto il rispetto e l’ammirazione per chi se ne occupa, non mi è mai piaciuta e continua proprio a non piacermi; per questo non ne parlerò.
Anche perché, sull’argomento, le cose che colpiscono la mia immaginazione sono solo brutte e tristi.
Sono gli imprenditori disgraziati che falliscono dopo essere passati dall’usuraio e, spesso, anche dalle banche, che per la loro cieca burocrazia non possono o non vogliono tenere sofferenze oltre certi limiti, pur concorrendo a crearle.
Sono i mascalzoni che si specializzano nella ripetuta apertura e chiusura di attività commerciali, quelli, come si dice, che “fanno il botto”, incentivati da un processo lento in seno ad una giustizia agonizzante, soffocata da decine di nuovi fascicoli ogni settimana, incapace di riorganizzarsi per mancanza di idee e di volontà.
I mascalzoni incoraggiati da un sistema che processa quasi tutti e non condanna quasi nessuno.
Sono la Lehman Brothers oppure, per restare qui da noi, la Banca Etruria. Due fallimenti che sono entrati nell’immaginario collettivo di questo secolo iniziato da poco e che evocano intrighi e collusioni degne dei migliori best sellers, ed ai quali la gente (quella fortunata che non ne è rimasta coinvolta) ha assistito incuriosita ma anche spaventata, come guardando un film, ma pensando, in fondo, che era tutto finto. Salvo, poi, l’effetto “rebound”, come quello della “Gomorra” televisiva che a me, personalmente, ingenera solo angoscia in un pauroso proporsi, senza soluzione di continuità, con i telegiornali. Altro che finto! E’ tutto vero.
Sono gli sciocchi (rectius: avidi) che cadono nelle mega truffe finanziarie (ricordate il sig. Lande, il c.d. “Madoff dei Parioli”?), organizzate fidando soprattutto sull’ingordigia e sulla stolta e colpevole incapacità dei risparmiatori di rendersi conto che Re Mida appartiene solo alla mitologia.
Sono i risultati degli Osservatori nazionali che sanciscono il clamoroso fallimento del federalismo sanitario. Diminuisce l’aspettativa di vita in Italia e si allarga anche il divario tra Nord e Sud. Chi vive nel Meridione è meno longevo. E le più penalizzate sono le donne. Prima della riforma federalista del 2001 gli italiani potevano aspettarsi tutti più o meno la stessa vita media. Dal 2001, la forbice si va allargando. Allarmante!
Sono, soprattutto, i significati irrimediabilmente definitivi che l’idea del fallimento associa, distruggendole, a parole che da sole sono le più belle che possano esistere: vita, famiglia, sogno.
No. Preferisco tenermi alla larga dai fallimenti.
Sono in auto a passo d’uomo. Il verde di questo semaforo dura veramente troppo poco. Mi distrae un’insegna illuminata che prende quasi cinque vetrine. Una grande cartoleria liquida tutto per fallimento.
Devo ricordarmi di dirlo in segreteria. Forse possiamo fare qualche buon acquisto per lo studio.