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Petrolio all’italiana

La Cultura è la nostra risorsa più preziosa. Una nuova generazione di startupper e social media manager sta cambiando il modo in cui turisti e visitatori fruiscono dei nostri tesori

di Maria Cafagna

La rivoluzione digitale ha cambiato radicalmente il settore del turismo e tutto ciò che ruota intorno ad esso, compresi musei e siti d’interesse artistico. Tuttavia, malgrado l’Italia detenga il primato all’interno della lista dei Patrimoni dell'Umanità stilata dall’UNESCO, i nostri tesori artistici, archeologici e naturali da soli non bastano a renderci competitivi nel comparto del turismo. Oggi, infatti, nonostante sia impensabile prenotare, visitare e orientarsi senza uno smartphone o un computer, sono ancora molte le realtà italiane a non aver colto le possibilità offerte dal turismo digitale: «a Pompei, ad esempio, non hanno account social» - racconta Astrid D’Eredità, che si occupa della promozione di musei e imprese culturali - «e la Galleria degli Uffizi non dispone di un suo sito ma solo di uno spazio all’interno del sito del Polo museale fiorentino». D’Eredità spiega come le possibilità offerte dal turismo digitale non siano state ancora sufficientemente comprese dalle nostre istituzioni: «la figura del social media manager museale non è ancora inserita nelle gerarchie ministeriali; così, nella maggior parte dei casi, siti e account - quando ci sono - sono affidati a gestori di servizi esterni oppure a volenterosi dipendenti che prestano la loro attività da autodidatti più o meno riusciti». Nel privato, invece, diverse startup puntano su turismo e cultura: è il caso di Musement, servizio multi piattaforma lanciato nel 2013 che seleziona e promuove le migliori attività disponibili per il viaggiatore, rendendone possibile la prenotazione e l’acquisto in maniera semplice e intuitiva. «L’idea è nata, come spesso succede nel mondo delle startup, per rispondere a un’esigenza personale» - racconta Alessandro Petazzi, fondatore di Musement insieme a Fabio Zecchini, Claudio Bellinzona e Paolo Giulin - «da appassionati di mostre d’arte, ci siamo sempre resi conto di quanto fosse difficile prenotare e comprare biglietti quando si voleva fare un viaggio all’estero, tra infinite ricerche sul web e fonti di informazioni o canali di vendita non sempre affidabili. Abbiamo quindi preso i primi accordi con musei e mostre d’arte per acquisire i numeri necessari in termini di affiliati e utenti per presentarci agli investitori e abbiamo ottenuto un primo finanziamento da 600 mila euro. Da allora l’azienda ha continuato a crescere e a marzo abbiamo completato un nuovo round d’investimento da 5 milioni di Euro». A capo di un team di 30 dipendenti provenienti da 8 diversi Paesi, Petazzi spiega che, per un’azienda italiana,investire sul turismo sia quasi naturale: «proprio perché volevamo creare un'azienda credibile a livello globale, partendo dall'Italia, abbiamo scelto uno dei settori in cui il nostro Paese è sicuramente apprezzato a livello mondiale». L’esempio di Musement, che offre agli utenti una scelta di più di 3000 attività distribuite su 130 destinazioni in 50 paesi del mondo, conferma che le abitudini di chi viaggia stanno mutando in maniera radicale: «con un aumento enorme dell’offerta turistica tout court, che ha portato alla saturazione e ha messo il turista di fronte ad un ventaglio infinito di possibilità, servizi come Musement e altre piattaforme per il settore travel sono fortemente legate alla crescente tendenza alla disintermediazione, da un lato, e alla curation, dall’altro. Il risultato» - prosegue Petazzi - «è che il viaggiatore di oggi è sempre più digitale e molto più attento all’esperienza globale del viaggio piuttosto che alle caratteristiche “fisiche” della destinazione o della struttura che lo ospita. Un’esperienza» - aggiunge - «che è fatta sempre più di condivisione di abitudini locali, cultura, attività, incontri con la gente del posto, a favore di una maggiore flessibilità di scelta, supportata e influenzata dalle opinioni degli altri utenti rispetto a quello che decidiamo di fare in vacanza». Si pensi, ad esempio, a Tripadvisor, portale di viaggi che oggi conta più di 200 milioni di recensioni di alberghi, ristoranti, attrazioni e siti artistici, vero e proprio punto di riferimento per i viaggiatori e operatori del settore, attentissimi che la loro reputazione non venga intaccata da commenti negativi. Sulla scia di questo radicale cambiamento del modo di viaggiare, celebri musei e siti artistici abitano la rete e in particolare i social network: «i social hanno una formidabile capacità di promozione di mostre, attività e, più in generale, delle iniziative destinate al coinvolgimento di nuovi pubblici;» - spiega Astrid D’Eredità - «in più, se usati correttamente, questi strumenti svolgono una funzione di customer care allargato e di contatto diretto e disintermediato con i visitatori». Gli esempi più innovativi arrivano dall’estero, con il Rijksmuseum di Amsterdam, che ha messo a disposizione online oltre 200.000 foto in alta qualità di opere d’arte per uso personale e creativo; o il British Museum, che ha scelto di aprirsi al mondo ogni giorno con un tema diverso. «Ma gli esempi sarebbero tantissimi.» - prosegue D’Eredità - «Il mio consiglio è quello di partire da Instagram cercando i musei di tutto il mondo: tra account ufficiali e contenuti postati dai visitatori c’è da perdersi!». In Italia, malgrado ci sia un oggettivo ritardo, non mancano gli esempi di realtà all’avanguardia: «un esempio è quello del Palazzo Madama di Torino» - racconta D’Eredità - «che ha realizzato progetti di comunicazione a tema così coinvolgenti da portare a buon fine diverse campagne di crowdfunding per l’acquisto di oggetti da inserire nelle collezioni. Sempre a Torino, il Museo Egizio ha un’ottima interazione con il pubblico e ha saputo inserire coerentemente i social e il web nel lancio promozionale del suo nuovo allestimento».
Ancora troppo poco per essere realmente competitivi in un settore sempre più globalizzato e digitale? Forse. Ma la determinazione con cui giovani imprenditori e ricercatori stanno convogliando le loro energie nella cultura e nel turismo sembra confermare che questi siano davvero “il nostro petrolio”.