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Puglia, una fucina di aziende innovative

Intervista a Maurizio Maraglino Misciagna, presidente dell‘Unione Giovani Dottori Commercialisti di Taranto e fondatore dell’Associazione Puglia Startup

di Sara Argentina

La Puglia è una terra con un’elevata presenza di saperi ingegneristici, che hanno trovato diversi sbocchi nei settori dell’industria, dei trasporti e nella costruzione dei motori.
Basti ricordare che proprio in Puglia, nel 1990, nacque il primo motore con tecnologia Common Rail - il motore del futuro - grazie a Mario Ricco, fisico formatosi al Politecnico del capoluogo e poi entrato nel centro di ricerca Fiat di Bari. All’epoca, sempre in Puglia, si costruivano i motori e le macchine industriali di Magneti Marelli e di Calabrese.
Accanto alle grandi imprese nazionali nacquero, di pari passo, delle multinazionali autoctone contraddistinte da un’elevata capacità di innovazione, quali Masmec, per l’offerta di soluzioni innovative di robotica per i settori automotive e biomedicale; Mermec, per la produzione di automotrici diagnostiche dirette al sistema ferroviario ed in grado di conquistare il mercato globale (la ferrovia giapponese, che vanta il sistema ferroviario più sicuro al mondo, è infatti basata sui sistemi di sicurezza di Mermec); e Blackshape, che produce aerei leggeri monoposto in fibra di carbonio ed è la quinta azienda aeronautica italiana per capitalizzazione.
Una storia, quindi, che vede questa regione come una fucina di aziende innovative. Attualmente, in Puglia esistono circa 7.800 imprese attive nella meccatronica e 49.300 impiegati. Non manca neppure una forte penetrazione sui mercati internazionali: il 29,3% del fatturato, infatti, proviene dall’estero e, in proporzione, cresce di più rispetto alla media nazionale (6%). In particolare, crescono le aziende di meccanica o di soluzioni ad alto tasso di innovazione ed ingegneria (Fonte: Sole24Ore).
Fatta questa fotografia dell’apparato industriale, cosa dire delle start up innovative pugliesi, quelle figlie della digital transformation?
Secondo i dati pubblici e consultabili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, la Puglia conta 209 startup: non è un numero esorbitante ma esistono margini per una ulteriore crescita.
Intanto, stando agli ultimi dati pubblicati, ci sono circa 2,5 miliardi da utilizzare nel biennio 2016-2018, previsti dai piani e che non sono stati ancora utilizzati.
La Regione Puglia, infatti, è tra quelle che maggiormente hanno finanziato le imprese, un impegno iniziato con l’ex governatore Nichy Vendola ed il suo manifesto “Spiriti bollenti”, che prevedeva 25 mila euro per ogni startup capace di dimostrare di possedere una buona idea.
Per supportare le imprese innovative pugliesi sono nati anche degli incubatori, i cosiddetti giardini dei talenti, come l’Hub pugliese situato presso la Fiera di Bari, terzo del Sud dopo Roma e Siracusa.
Di recente è nata anche l’Associazione Puglia Startup, il primo booster per start up della regione Puglia, che offre servizi personalizzati a chi si affaccia al mercato con nuove proposte imprenditoriali, a chi necessita di riposizionare la propria impresa negli scenari attuali ed acquisire nuova competitività, a chi vuole trasformare in business un’intuizione od un’idea progettuale, avviando una startup e lanciando la propria impresa sul mercato di riferimento. 
L’obiettivo, quindi, è accelerare i processi imprenditoriali ed incubare idee e progetti d’impresa in Puglia. Alla base, una struttura che dà continuo supporto agli imprenditori di nuova generazione che lavorano alla creazione di aziende digitali e che mette a disposizione mentor, advisor ed un network per poter creare un progetto da lanciare.
Il fondatore è Maurizio Maraglino Misciagna, un commercialista di 34 anni, presidente dell‘Unione Giovani Dottori Commercialisti di Taranto, componente della commissione Finanza UNGDCEC e coordinatore del gruppo di studio nazionale Startup e Crowdfunding.

Qual è il panorama delle start up in Puglia?
C’è tanto fermento e tanta creatività: si consideri che in Italia esistono attualmente circa 6.000 start up innovative, di cui il 74% ha nella compagine almeno uno startupper del sud e di cui il 48% è pugliese”.

Quante di queste imprese riescono a sopravvivere? La mortalità è spesso elevata. Come mai?
“In Italia sopravvivono 3 startup ogni 10; ci si lancia nella sfida, ma non si arriva a raggiungere l’anno di vita. In Puglia invece la proporzione è ancora al di sotto della media nazionale: 1 startup ogni 10. La Regione ha creato politiche a sostegno ed oggi abbiamo misure estremamente importanti che non sempre, tuttavia, hanno generato valore. Solitamente, quando incontro degli startupper, la domanda che frequentemente mi viene posta è se ci sono misure o finanziamenti per avviare una startup. La mia risposta è:prima di sapere se ci sono finanziamenti, hai le idee chiare su cosa vuoi realizzare? Ecco: ciò che manca alle volte è la cultura d’impresa ed è spesso la causa dell’incapacità di andare avanti. Bisogna superare il concetto del finanziamento iniziale”.

Quali sono i settori in cui si mostra maggiore dinamicità? Sono quelli storici in cui la Puglia ha dimostrato eccellenza?
Accanto a quelli storici nel settore dell’ingegneristica vi sono anche esperienze in settori legati alle attività tradizionali, come l’agricoltura, dove molto attivo è anche il ramo delle biotecnologie e non. A questo si aggiunga il più recente ambito digitale dove, ad esempio, noi abbiamo finanziato il progetto di equity crowdfunding di una start up che ha sviluppato il primo marketplace nel mondo pet. Si tratta di ProntoVet24, un servizio di veterinario a domicilio che, oltre ad innovare, reinventa un tipo di professione in crisi sul territorio.

Maurizio Maraglino Misciagna è infatti anche Direttore Generale di Muumlab, la prima piattaforma di Equity Crowdfunding del Sud Italia autorizzata da Consob. Grazie all’azione sinergica di MuumLab, gestore della piattaforma, dell’istituto di credito Bcc San Marzano di San Giuseppe, partner finanziario della piattaforma, e di Finindustria, venture capital, è nato il primo polo finanziario dell’innovazione. Tre player istituzionali che si sono uniti per favorire la nascita e lo sviluppo di imprese innovative su tutto il territorio nazionale, partendo proprio da Taranto.

Quali sono gli ostacoli da superare per una crescita ulteriore?
Le difficoltà maggiori riguardano la crescita e lo sviluppo di queste imprese. In primo luogo, serve sicuramente sviluppare una maggiore politica di impresa, che assicuri prospettive di consolidamento al di là dell’accesso ai fondi di finanziamento e, quindi, potenzi la capacità di produrre valore dal progetto e di renderlo scalabile nel mercato. Quindi una cultura che formi gli startupper nelle competenze manageriali di gestione, organizzazione e strategia, assicurando loro la possibilità di continuare a svolgere l’attività.

Insomma, dopo la scoperta e l’idea serve sviluppare capacità imprenditoriali. Quali sono il ruolo ed il coinvolgimento delle Università del territorio?
In generale, le principali università pugliesi (Università di Bari, Politecnico, Università di Lecce e Università Lum Jean Monnet) hanno spesso contribuito a sviluppare progetti e corsi. Andrebbe maggiormente potenziato un network di collaborazioni nell’obiettivo comune di accelerare i processi imprenditoriali, incubare idee d’impresa ed identificare talenti per creare una struttura che dia continuo supporto agli imprenditori di nuova generazione, capaci di creare aziende digitali da lanciare anche sui mercati internazionali.

Nell’immaginario comune, le start up spesso sono quelle che fanno app, ma in Puglia non ci sono solo queste. Spesso si tratta di start up che “fanno cose” concrete. Tra quelle che recentemente si sono distinte su scala internazionale è emersa Nextome, sviluppatrice di un software per il posizionamento indoor che ha valso al suo creatore, Domenico Colucci, riconoscimenti in Italia ed in Europa (migliore progetto al Web Summit 2014 di Dublino su duemila in gara e miglior giovane imprenditore d’Europa allo Slush di Helsinki).
Altra interessante start up è EggPlant, che ha sviluppato una tecnologia per il riutilizzo delle acque reflue per ottenere bioplastiche ad alte prestazioni attraverso un processo ad impatto zero.
La pratica del riuso di acque reflue in agricoltura rappresenta un segmento fondamentale nelle politiche di risparmio idrico ed è un indirizzo strategico nella programmazione delle risorse idriche in Puglia.
Nelle regioni del sud Italia, ed in Puglia in particolare, la gestione oculata delle risorse idriche è cruciale per una politica di sviluppo sostenibile e richiede azioni mirate all’uso di tecnologie innovative, alla revisione del sistema tariffario applicato, ad incentivare tecniche di irrigazione efficaci e soprattutto ad avviare definitivamente lo sfruttamento per usi agricoli od industriali delle acque reflue che, ad oggi, nella maggior parte dei casi, vanno disperse.
Infine, in Puglia sono presenti attività di ricerca relative al settore delle biotecnologie non irrilevanti nel panorama italiano ed anche europeo, sia in termini quantitativi che qualitativi, alcune con significative punte di eccellenza, soprattutto per quanto riguarda la ricerca scientifica di base, nelle Università, negli Istituti del CNR, nel Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie (NNL) dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia, in diversi Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS). Tra queste istituzioni di ricerca ve ne sono diverse che presentano performance significative in termini di pubblicazioni scientifiche, brevetti, partecipazione a progetti di ricerca a livello europeo. Le biotecnologie sono caratterizzate da estrema specializzazione in un amplissimo spettro di discipline scientifiche, aree e tecniche di ricerca (salute umana, veterinaria, agricoltura ed alimentari, ambiente, processi industriali).
Accanto alle strutture di ricerca si sono sviluppate negli ultimi anni anche alcune strutture intermedie, soprattutto consorzi, che operano nel trasferimento della ricerca allo sviluppo e commercializzazione di prodotti anche intermedi. Si osserva, poi, la presenza di un numero ristretto di imprese specializzate nelle biotecnologie, quasi tutte di dimensioni molto ridotte e fortemente specializzate in nicchie tecnologiche e di mercato ristrette, nelle quali però sono, in alcuni casi, leader a livello mondiale. Esse sono nate utilizzando e sviluppando competenze ereditate da grandi imprese chimiche e farmaceutiche che hanno ormai abbandonato il territorio ed il mercato.
È possibile e ragionevole, dunque, puntare e sostenere uno sviluppo più robusto nel prossimo futuro ed alcuni segnali in questa prospettiva sono decisamente incoraggianti.