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Cultura

Storia ed economia del vino dal Rinascimento ad oggi

Tanti i personaggi storici che nel corso dei secoli hanno diffuso la cultura enologica

di Domenico Calvelli

La storia del vino è strettamente intrecciata con l’economia e con l’arte. Numerosi personaggi ne hanno parlato e diffuso la cultura enologica. Leonardo da Vinci del vino scrisse: “et però credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni”.

Un’altra figura rinascimentale, Sante Lancerio, storico e geografo, ottenne da Papa Paolo III Farnese la cura della propria tavola; in due relazioni sui viaggi e sui giudizi enologici del Papa, riassunse tutte le proprie conoscenze enoiche. Si ricordi poi, sempre nel ‘500, Andrea Bacci, naturalista e medico di Sua Santità, autore di una "Natura Vinorum Historia" in cui esaltava il buon vino romano; anche grazie a lui siamo in grado di sapere quali fossero i vini italiani dell'epoca.

Va poi citato Francesco Redi autore, nel seicento, del poema “Bacco in Toscana”, elogiando le qualità di molti vini toscani; si trattava della rielaborazione di una delle tipiche "composizioni buffonesche, e da far ridere" (definizione sua), di moda all’epoca. Qui il Redi immaginava che Bacco, il dio del vino (con Arianna sua moglie), si fosse fermato nella celebre villa medicea di Poggio Imperiale.

Sul prato del parco Bacco passava in rassegna i vini della Toscana, insieme ad alcuni altri vini italiani di grande qualità e fama; in tutto 57 prodotti, la cui lista terminava con il migliore di tutti i vini (secondo il Redi), il celebre Montepulciano (oggi Vino Nobile di Montepulciano) che, "per altissimo decreto", veniva proclamato "d'ogni vino il re". Si trattava in pratica di una guida enologica (poetica) ante litteram!
Nel diciassettesimo secolo le bottiglie divennero meno costose, l’arte del bottaio si perfezionò e si diffusero i tappi di sughero; tutto ciò contribuì alla conservazione ed al
trasporto del vino, favorendone commercio e diffusione.

In Champagne sorse la figura (semi-mitica) di Dom Pierre Perignon, monaco benedettino tesoriere dell’abbazia di Hautvillers, inventore più che dello Champagne (o meglio dire della rifermentazione naturale del vino per renderlo spumante) della tecnica delle cuvées (tagli tra differenti partite di vini di diversa provenienza); del resto, già a fine ‘500, il medico bresciano Conforti parlava nei suoi scritti di un “vino mordace”, dove mordace stava ad indicare una piacevole pungenza causata dall’anidride carbonica (quindi sinonimo di spumante e, considerata la provenienza bresciana del Conforti, non si può non pensare al Franciacorta).

Nell’ottocento illustri studiosi indagarono le tecniche per produrre vini di migliore qualità; il vino divenne così oggetto di ricerca scientifica. Pasteur nel suo scritto “Etudes sur le vin” sostenne che “il vino è la più salutare ed igienica di tutte le bevande”. Studi medici successivi hanno dimostrato che un moderato consumo di vino ha effetti positivi sul sistema cardiovascolare e non solo; ciò è dovuto alla presenza del resveratrolo (un flavonoide presente anche nella frutta, negli ortaggi e nel tè).
G. Acerbi, nel trattato “Delle viti italiane o sia materiali per servire alla classificazione monografia e sinonimia preceduti dal tentativo di una classificazione geoponica delle viti”, portò a termine una classificazione dei vitigni creando una raccolta di monografie di altri autori.

Camillo Benso Conte di Cavour fece poi venire in Italia (nell’attuale zona del Barolo) l'enologo francese Oudart per produrre vini alla moda francese il che, in pratica, per l’epoca significava mettersi in condizioni di produrre un Barolo secco, non dolce com’era stato sino a quel momento, di stile quindi più moderno; così anche i marchesi Falletti diedero vita a una nuova produzione di Barolo simile a quella attuale.
In Toscana il barone Ricasoli fissò la “ricetta” per il Chianti (nel suo castello di Brolio) mentre ancora in Piemonte Carlo Gancia trapiantò le barbatelle di pinot (uva di origine borgognona) e cominciò la produzione dello spumante classico (ancora oggi Canelli è una delle capitali italiane dello spumante; Alta Langa ne è la denominazione, a connotarne l’elevata qualità).

A cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento una serie di flagelli, tra
cui la fillossera, distrussero quasi completamente i vigneti europei che, tuttavia, si ripresero e tornarono a produrre a pieno regime in modo particolare grazie alla tecnica dell’innesto della vite europea sulla vite americana, più resistente.
La vite ed il vino presero così la strada di nuovi continenti; l’America (principalmente con la California, il Cile, l’Argentina), l’Africa (con il Sudafrica), l’Oceania (con l’Australia e la Nuova Zelanda) sono le frontiere allargate della cultura enologica mondiale, in continua espansione.

All’astro francese, che per primo in epoca moderna (negli anni trenta) fissò le regole delle denominazioni di origine, si affianca, sorpassandolo, l’astro italiano, che alle denominazioni di origine giunse negli anni sessanta (se non si vogliono considerare tali le disposizioni medicee sui vini toscani emanate da Cosimo III nel 1716, che tuttavia tanto rassomigliano ad una normativa moderna); seguono altre regioni d’Europa ad accalcarsi in una gara per la qualità che non ha precedenti nella storia del vino.

*Il testo è stato rielaborato e tratto dal libro di Domenico Calvelli “Vino e religioni. Rapporti tra il vino e le tre grandi religioni monoteiste”, Lineadaria, Biella, 2008