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Stress lavorativo, attenzione alla sindrome da burn out

Intervista a Lidia Rota Vender, presidente dell’Associazione per la Lotta alla trombosi e alle malattie cardiovascolari ONLUS

Burn out significa letteralmente bruciato, consumato, ridotto in cenere. Una sindrome molto diffusa, figlia dello stress e della modernità, con un impatto gravissimo sulla mente e sul fisico. A parlarne è Lidia Rota Vender, presidente di ALT, Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle Malattie Cardiovascolari ONLUS, da sempre in prima linea per diffondere consapevolezza su come difendersi dalla trombosi che causa infarto, ictus, embolia: malattie che colpiscono il doppio dei tumori, ma che possono essere concretamente evitate in una persona su tre.

Dottoressa, che cos’è il burn out? Come possiamo capire se ne siamo colpiti?

È una sindrome decisamente insidiosa, che colpisce la nostra parte emozionale e ci porta a dubitare delle nostre capacità professionali, delle nostre competenze. I sintomi possono essere diversi: diventiamo più cinici in ufficio, facciamo fatica ad andare a lavorare, siamo particolarmente irritabili, ci sentiamo poco gratificati o disillusi nei confronti di ciò che facciamo. Queste sensazioni, se protratte, possono portare all’abuso di cibi o alcolici o sostanze che agiscono sull’umore nella speranza che ci aiutino ad attutire la ricaduta della sindrome sulla nostra salute fisica: mal di testa, mal di schiena, fiato corto, spossatezza.

Se sospettiamo di essere vittime di sindrome da burn out che cosa dovremmo fare?

Per prima cosa è necessario parlarne con il proprio medico di fiducia: alcuni di questi sintomi sono comuni anche a malattie di organi importanti come la tiroide, il cuore, il fegato o alla depressione che, pertanto, debbono essere escluse o, se presenti, affrontate in modo appropriato.

Pare che siamo un po’ tutti afflitti da burn out: quando dobbiamo davvero preoccuparci e prendere provvedimenti?

Il burn out nasce dalla perdita del controllo, non riusciamo più a prendere o a dirigere decisioni che ci riguardano, diventiamo incerti, poco determinati, tendiamo a subire l’ambiente circostante, famiglia, colleghi e capo compresi. Può accentuarsi il disaccordo sui valori del proprio lavoro e del proprio impegno o ci si sente incapaci di affrontare le difficoltà che il nostro incarico ci pone. A tutto ciò si aggiungono ritmi di lavoro percepiti come eccessivi o inadatti, monotoni o troppo caotici e, progressivamente, si tende a sacrificare la propria vita di relazione con amici, parenti o conoscenti perché il lavoro occupa tutto il nostro tempo e consuma anche le energie che andrebbero invece dedicate alla famiglia e alle persone a cui si tiene. 

Chi è più esposto alla sindrome da burn out?

Chi si identifica con il proprio lavoro in modo ossessivo tanto da perdere di vista un equilibrio ragionevole fra vita personale e vita professionale, chi cerca di risolvere tutto per tutti, chi svolge un lavoro che richiede dedizione agli altri, come la salute o l’insegnamento. Chi ha la sensazione di avere poco o nessun controllo sul proprio lavoro. E chi considera monotono ciò che fa.

Dottoressa, di burn out si muore?

Se ignorato, non gestito o non affrontato il burn out può avere conseguenze molto pesanti. Progressivamente stress, senso di inadeguatezza, spossatezza persistente, insonnia, malinconia, depressione o ansia possono diventare veramente gravi e condizionare fortemente la qualità della vita, portando ad abuso di farmaci e cibo fino ad alterazioni del metabolismo come obesità e diabete, soprattutto nelle donne, a elevazione dei livelli di colesterolo, a fratture nei rapporti personali, a fragilità nei confronti di malattie banali o gravi, come l’influenza o addirittura i tumori. Ma soprattutto i nemici in agguato e più probabili sono le malattie cardiovascolari da trombosi: infarto, ictus cerebrale, progressione rapida dell’aterosclerosi.

Malattie che lei conosce molto bene…

Sono le malattie più probabili per ciascuno di noi, sono un’epidemia già ora e  saranno ancora più diffuse nei prossimi anni in Europa, in Italia, nel mondo industrializzato e presto anche nel mondo emergente: per questo la missione di ALT è così importante, perché questi eventi drammatici possono essere evitati se ognuno è informato su quali sono le cause e quali sono i sintomi precoci che debbono allertare, portandoci ad affrontare il problema cambiando sostanzialmente il nostro stile di vita. La trombosi è la conseguenza di un coagulo di sangue che si forma in un punto e in un momento in cui non si sarebbe dovuto formare: in un’arteria coronaria provoca infarto, in un’arteria carotide o in un cuore che fibrilla o ha le valvole malate provoca l’ictus,  in un’arteria delle gambe in un paziente diabetico porta all’amputazione, in una vena o in un’arteria del cervello, della milza, del fegato…la trombosi colpisce ovunque, è più probabile in chi presenta più fattori di rischio contemporaneamente o è geneticamente più fragile perché appartiene a una famiglia nella quale un consanguineo o più d’uno ha avuto un evento. Ma proprio per queste ragioni la trombosi è evitabile in modo così efficace perché ne conosciamo le cause, i sintomi, i metodi di diagnosi, le cure. La trombosi causa malattie pesantissime da tutti i punti di vista: fisicamente, emotivamente, economicamente: costano all’Europa 190 miliardi di euro l’anno, per ogni incremento del 10% di queste malattie, l’Italia perde mezzo punto di Pil. L’Europa dovrà prepararsi
a spendere ogni anno da 72 a 183 miliardi di euro solo per curare le persone colpite da ictus cerebrale: per la sola Italia andiamo dai 12 ai 30 miliardi di euro l’anno (dati di Stroke- American Heart Association).

Si può imparare a gestire il burn out per evitare il peggio?

Il primo passo deve essere di riflessione: elencare su un foglio di carta le ragioni del nostro stress, le cose che non ci piacciono o che ci mettono in difficoltà. Il secondo è ipotizzare soluzioni che ne attutiscano l’impatto o le eliminino. Il terzo passo è ipotizzare modi per applicare le soluzioni: decidere di affrontare la questione direttamente con il capo, trovare un collaboratore che condivida il carico di lavoro, spostare una parte del lavoro a casa, tentare un orario flessibile, chiedere ai superiori l’attivazione di un rapporto di mentoring, un corso di aggiornamento, una revisione delle proprie responsabilità. Quarto, elencare soluzioni per modificare il proprio approccio, selezionando gli aspetti gradevoli del proprio lavoro, inserendo in agenda qualche breve intervallo durante la giornata per passare qualche ora lontano dall’ufficio per esempio pedalando, nuotando o semplicemente camminando per 40 minuti. L’attività fisica aiuta a consumare lo stress, bruciando gli ormoni che lo provocano e lo accentuano, migliora la nostra respirazione e il battito del cuore, aiuta la mente a staccare dall’abituale, accende la fantasia.Insomma, diversificare. Sembra troppo facile.Non lo è affatto: a volte si ha bisogno di un aiuto, non si deve aver paura di ricorrervi. Può essere un famigliare, un amico, un collaboratore, il proprio capo: fare da soli non è sempre l’unica strada, spesso condividere significa trovare soluzioni migliori. Elencare le proprie passioni, se ne abbiamo, e decidere un moderato piano di attuazione lenta e progressiva nel tempo ci porterà più concretamente su una buona strada e ci farà sentire meglio. Essere onesti con se stessi significa affrontare obiettivamente il problema e trovare soluzioni più solide: a volte cambiare lavoro o città può essere una scelta, ma deve essere obiettivamente possibile.