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Primo Piano

Un’alleanza sociale per la gestione dei beni

Guglielmo Muntoni, Presidente della III Sezione Penale del Tribunale del riesame di Roma, illustra a Press un innovativo modello che punta a superare le criticità della fase giudiziaria

di B. Pac.

Una nuova alleanza sociale per gestire i beni sequestrati e farli ripartire. Dopo una prima sperimentazione avviata a Milano, il nuovo modello di collaborazione è sbarcato nella capitale. A spingerlo Guglielmo Muntoni, Presidente della III Sezione Penale del Tribunale del riesame, che ha sottoscritto un protocollo di intesa finalizzato a mettere in comunicazione i soggetti che, a vario titolo, possono supportare il giudice delegato e l’amministratore giudiziario nel processo di destinazione del bene sequestrato.

Perchè avete sentito l’esigenza di un protocollo di questa natura?
Perché c’è una difficoltà oggettiva a gestire i beni durante la fase giudiziaria. Ci servono quindi tutti gli strumenti più idonei ad una migliore gestione, coinvolgendo i diversi soggetti che, con le rispettive competenze, possono assecondare il processo.

Chi sono i sottoscrittori?
Le istituzioni e quindi il Comune di Roma e la Regione Lazio, il mondo dei rappresentanti delle sigle sindacali dei lavoratori e datoriali e quindi Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Unindustria, il mondo bancario (Abi), dell’associazionismo, Libera e naturalmente Legacoop in modo da metterli in rete, farli dialogare e consentire loro di supportare l’amministrazione giudiziaria nella gestione del bene.

Legacoop può essere strategica nel suo ruolo tradizionale di sostegno agli ex dipendenti di aziende in crisi o vittime di cattiva gestione?
Sì, certo, ed anzi ora grazie al Protocollo avrà uno strumento in più per combattere le false cooperative, salvaguardando altri posti di lavoro.

Ed è sufficiente un protocollo?
Abbiamo fatto di più, perché ci siamo accorti che per attuarlo dovevamo comunicare in modo veloce i beni sotto sequestro. Per questo abbiamo creato un data base, a titolo gratuito, per mappare tutti i beni, metterli in rete così da individuare soggetti interessati ad acquisire il bene in via provvisoria. La nostra idea è quello di assegnare gli immobili liberi a enti pubblici sin dal momento del sequestro. In caso, poi, di revoca il bene sarà restituito o si procederà a un contratto di locazione.

Un conto però sono gli immobili, altro le aziende. In questo caso i problemi sono molti di più e coinvolgono anche i lavoratori.
Certo, per questo le aziende vanno gestite nell’immediato ed evitare di farle uscire dal mercato, innanzitutto modificando la governance. Il problema è che l’azienda mafiosa rimane sul mercato perché non sconta i costi della legalità; dopo il sequestro invece si trova a fare i conti con il mercato, ma non ne ha gli strumenti. Queste imprese però rappresentano un’opportunità concreta di lavoro che non può essere sprecata.

Invece spesso si assiste a un paradosso: attività mafiose che, una volta sequestrate, non sono in grado di diventare modelli di legalità economica, né di garantire sicurezza sociale ai lavoratori, che fare?
Questo è un discorso particolarmente delicato al sud dove spesso, il giorno dopo il sequestro, l’azienda crea un clone e si rimette subito nel mercato. In questo senso, un modo per aggirare potrebbe essere per esempio quello di mettere in rete all’interno di un unico database tutte le aziende d’Italia confiscate. Ed il Consiglio nazionale potrebbe essere il tramite di questa operazione.

Nel quadro complessivo quanto è importante il ruolo degli amministratori giudiziari?
Direi che è un ruolo fondamentale. Si tratta di figura che deve avere capacità organizzative e saper far fronte a un contesto non facile. Qui non si ha davanti la realtà dei curatori fallimentari, e quindi un’azienda che ha fallito: qui si affrontano i criminali. E’ quindi importante aumentare la platea dei professionisti, ma il decreto compensi non ci aiuta.

Perché?
Perché i coefficienti di calcolo pensati sono quasi offensivi. E’ un provvedimento fatto male da chi evidentemente non conosce la materia. Doveva puntare a ridurre i costi ed evitare quei compensi astronomici tanto criticati nel passato. Ora, invece, per le gestioni semplici si paga troppo e più di prima, mentre per quelle medie il compenso è risibile. Il tutto poi non su base annua, ma complessiva. E questo è un errore perché non si può pagare la stessa cifra se un sequestro dura un giorno, sei mesi, o due anni. La speranza è che le modifiche al codice antimafia dove l’intervento dell’Agenzia è rimandato a confisca definitiva, prevedendo quindi per l’amministratore un incarico di durata doppia, possano essere un’occasione per rimettere mano al regolamento compensi.