I presidenti dei Consigli nazionali degli Avvocati, dei Commercialisti e dei Notai, Andrea Mascherin,  Massimo Miani e Salvatore Lombardo, hanno inviato oggi una lettera al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, nella quale stigmatizzano i contenuti del bando di selezione pubblica promosso dal Dipartimento del Tesoro, Direzione IV del Ministero per l’affidamento di incarichi biennali di consulenza “a titolo gratuito” aventi per oggetto “tematiche complesse attinenti al diritto – nazionale ed europeo – societario, bancario e/o dei mercati e intermediari finanziari, in vista anche dell’adozione e/o integrazione di normative primarie e secondarie ai fini, tra l’altro, dell’adeguamento dell’ordinamento interno alla direttive/regolamenti comunitari”.

Secondo i presidenti dei tre Consigli nazionali, il bando “viola palesemente la norma sull’equo compenso”. Per questo chiedono a Tria “di intervenire presso la direzione interessata affinché ritiri subitaneamente il bando e di dare idonee istruzioni a tutte le articolazioni del Suo Ministero affinché simili episodi non abbiano a ripetersi”. Nella missiva, inviata per correlazione di materia, per conoscenza anche al Ministro della Giustizia e ai Presidenti delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, i tre si dicono “certi della consapevolezza dei destinatari della pressante attesa di segnali e risposte chiare da parte di tutti i liberi professionisti italiani”.

Quelle oggetto del bando sono, secondo Mascherin, Miani e Lombardo, “tematiche economico-giuridiche particolarmente complesse, per le quali è necessaria significativa competenza e professionalità, come per altro confermato dai requisiti professionali richiesti ai partecipanti nella parte del bando medesimo, titolata “Requisiti e modalità di partecipazione”.

“Siamo ben consapevoli – scrivono – che l’art. 6 co. 7 del DL 78/2010 ha imposto a tutte le Pubbliche Amministrazioni limiti stringenti di spesa annua per studi e incarichi di consulenza, tale per cui essa non può essere superiore al 20% di quella sostenuta dalla stessa amministrazione nel 2009. Così come siamo ben consapevoli che, per il MEF, la cui spesa per studi e incarichi di consulenza nel 2009 era pari a zero, ciò si è tradotto dal 2010 in poi nella impossibilità di affidare incarichi di consulenza a pagamento, al di fuori di quelli rientranti nelle strutture di gabinetto e delle segreterie di diretta collaborazione”.

“Ci pare tuttavia che la IV Direzione del Dipartimento del Tesoro del MEF – proseguono i tre presidenti – non sia altrettanto consapevole del fatto che, con la Legge 205/2017, è finalmente entrato in vigore il principio dell’equo compenso, in forza del quale è fatto preciso obbligo ad una serie di “contraenti forti” (tra cui le Pubbliche Amministrazioni) di garantire al professionista incaricato un compenso commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro richiesto ed effettivamente svolto”.

Secondo le tre categorie “non è concepibile che l’osservanza di una previsione di legge che attiene al contenimento della spesa pubblica venga assicurata attraverso la palese violazione di altra norma di legge che attiene al rispetto della dignità del lavoro”. Avvocati, Commercialisti e Notai scrivono che “se il Ministero dell’Economia e delle Finanze (come qualsiasi altra Pubblica Amministrazione) abbisogna di qualificate competenze esterne per poter adempiere ai propri compiti istituzionali, siamo i primi a ritenere che debba essere messo nelle condizioni finanziarie di poterle reperire”.

I tre presidenti ricordano anche come “in un’ottica di positiva collaborazione tra Istituzioni e anteponendo sempre l’interesse generale del Paese a quello degli interessi particolari, i Consigli Nazionali degli Avvocati, dei Notai e dei Commercialisti sono assolutamente disponibili a supportare l’attività della Pubblica Amministrazione attraverso le proprie strutture ed i propri centri studi, in una logica di confronto e approfondimento di tematiche complesse che rientrano nell’oggetto proprio della professioni di cui sono espressione, senza nulla pretendere se non appunto il riconoscimento di questa disponibilità”.

“Quando però si esce dalla dinamica istituzionale tra Pubbliche Amministrazioni e Corpi Intermedi, per entrare in quella individuale dell’affidamento di incarichi consulenziali specifici a singoli professionisti che prestano la propria opera come qualsiasi altro lavoratore – concludono Mascherin, Miani e Lombardo – non possiamo accettare che proprio le Pubbliche Amministrazioni sviliscano, aggirino e in definitiva violino quel principio di civiltà che è l’equo compenso”.

 

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