Gli Ordini professionali devono impegnarsi per costruire un sistema culturale moderno, efficiente e trasparente con proposte concrete da portare al vaglio dei rappresentanti politici.  È il messaggio forte e chiaro arrivato dal dal convegnoEconomisti e Giuristi Insieme per la cultura: un ruolo politico”, patrocinato dai Consigli nazionali di avvocati, commercialisti e notai, che si è svolto oggi a Roma, presso la sala conferenze del Consiglio notarile. Il fine dei professionisti del diritto e dell’economia, infatti, è quello di diventare interlocutori fondamentali per gli aspetti normativi e di management legati al sistema culturale e creativo italiano.

Si tratta di un sistema che, secondo i dati dell’ultimo Rapporto della Fondazione Symbola sulle industrie culturali e creative, fattura 92 miliardi di euro, pari al 6% del PIL, e offre lavoro a un milione e mezzo di persone. Ogni euro prodotto in cultura ne genera un altro 1,8 (e altri posti di lavoro) per arrivare a 255,5 miliardi prodotti dall’intera filiera, pari al 16,6% del valore aggiunto nazionale.

“Il ruolo dei commercialisti e dei professionisti in genere, al centro di quell’incrocio tra sapere e fare, risulta fondamentale in un settore trainante del nostro Paese – scrive Massimo Miani, presidente AEGI (Associazione Economisti e Giuristi Insieme) e del Consiglio nazionale dei commercialisti, in un messaggio inviato al convegno –. La cultura non può prescindere dalle professioni, come le professioni non possono prescindere dalla cultura in cui possono trovare opportunità e rilievo. Per questo motivo, all’interno dell’Associazione, è nato il gruppo di lavoro “Arte e Cultura” con l’intento promuovere tali tematiche tra i colleghi perché operare con competenza in un settore complesso ed articolato come questo rappresenta un’opportunità che sarebbe incongruo non cogliere”.

I beni e le attività culturali costituiscono una quota importante e crescente dell’economia nazionale e i profondi interventi apportati al settore negli ultimi anni sono il segno di un’aumentata sensibilità sull’argomento. Gli investimenti in cultura alimentano circoli virtuosi di profonda crescita non solo sociale, ma anche economica. Le agevolazioni fiscali, dall’art bonus al tax credit cinematografico, sono state un ulteriore stimolo, nonché un prezioso strumento al mecenatismo e all’impiego di capitali. Ma come rendere il sistema più efficiente e trasparente?

“In un Paese come il nostro – ha continuato Miani – in cui l’industria non può spesso reggere la concorrenza di Paesi più flessibili, in cui la disoccupazione fatica a rientrare entro parametri fisiologici –, la capacità di produrre ricchezza, economica e immateriale, non è cosa di poco conto. La concentrazione di conoscenze economiche, legali, finanziarie e strategiche ci rendono naturali attori in ogni settore produttivo. Il ruolo dei professionisti, che assume una rilevanza politica, deve partire dalla fotografia ragionata della cultura in Italia sia per descriverne l’andamento dei consumi, le tendenze della domanda e dell’offerta al fine di elaborare politiche e strategie risolutive, sia per elaborare soluzioni finalizzate a rimuovere gli ostacoli e le inefficienze che frenano il completo sviluppo del settore”.

Ad entrare nel dettaglio delle proposte normative elaborate dal Consiglio nazionale dei commercialisti è stato Franco Broccardi, componente del gruppo di lavoro “Arte e Cultura” AEGI, insieme al consigliere nazionale del CNDCEC Maurizio Postal. Prima di tutto, i commercialisti chiedono la riattivazione del tavolo operativo istituito con l’Agenzia delle Entrate tramite Ales, il braccio operativo del MiBAC, interrottosi lo scorso giugno, all’interno del quale era già stata recepita una proposta sulle sponsorizzazioni culturali sui costi benefit. “Il problema riguarda le sponsorizzazioni culturali e le spese che sostengono le società benefit – spiega Broccardi –. Molto spesso, l’Agenzia delle Entrate apre un contenzioso non considerando tali costi inerenti mentre riteniamo che le spese per attività culturali siano pienamente inerenti e, anzi, da definirsi spese di pubblicità e non di propaganda con conseguente piena deducibilità fiscale”.

Ci sono poi altre proposte che riguardano il mercato dell’arte: i passaggi di proprietà tra privati, la diminuzione dell’Iva sulle importazioni di opere d’arte, l’art bonus per le opere d’arte. “Nel caso dei passaggi di proprietà tra privati – ha detto Broccardi – la norma non prevede una tassazione. Spesso, però, l’Agenzia delle Entrate sospetta che ci sia l’attività commerciale di un mercante d’arte che, con il paravento del privato, non paga imposte. Noi proponiamo di tassare i passaggi tra privati come rendite finanziarie se la vendita avviene nei primi cinque anni. E di creare successivamente un meccanismo decrementale in modo che, trascorsi dieci anni, non si paghi più perché, a distanza di così tanto tempo, è evidente che non si tratta di una operazione commerciale”.

La seconda proposta riguarda la diminuzione dell’Iva dal 10 al 5% sulle importazioni delle opere d’arte. “In questo modo – ha continuato Broccardi – l’Italia diventerebbe competitiva rispetto ad altri Paesi concorrenti. Inoltre, dal punto di vista erariale, ci sarebbe un aumento del gettito perché l’Iva al 5% prevedrebbe un mercato che adesso, con l’Iva al 10%, di fatto non esiste”. Infine, adattando la normativa già presente in Francia al modello dell’Art Bonus in vigore in Italia, si può poi pensare ad un credito d’imposta per l’acquisto di opere originali di artisti viventi, registrandole tra le immobilizzazioni.

Ultima proposta, che coincide con due emendamenti del Pd e FI al DL fiscale, è la defiscalizzazione per le spese culturali come l’accesso ai musei e l’acquisto di libri. “Gli emendamenti in questione – conclude Broccardi – chiedono di equiparare le spese culturali alle spese mediche. Molti studi scientifici, infatti, confermano che gli investimenti in cultura combattono l’Alzheimer e rallentano l’invecchiamento”.

Sulle funzioni di tutela e valorizzazione dei beni culturali si è soffermata Claudia Petraglia, membro del gruppo di lavoro “Arte e Cultura” AEGI per il Consiglio nazionale del Notariato, che ha auspicato il superamento del modello del doppio ruolo della pubblica amministrazione, che mantiene il compito di gestione del bene culturale, e del privato, che si limita a finanziarne le attività, con una forma di partecipazione più intensa degli stessi privati ed un nuovo impulso alla esternalizzazione delle funzioni di valorizzazione.

“Mentre le funzioni di tutela devono essere gestite direttamente dalla pubblica amministrazione – ha spiegato Petraglia –, quelle valorizzazione possono essere esternalizzate a terzi, anche in forma congiunta e integrata, come previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio. La valorizzazione dei beni culturali può essere infatti un fecondo campo poco esplorato di sussidiarietà. Il settore culturale, peraltro, è in grado di coinvolgere per sua stessa natura soggetti privati non orientati al profitto, ma mossi dalla condivisione dell’esigenza di meglio soddisfare interessi generali, ritenuti meritevoli. si pensi, ad esempio, al volontariato, ai comitati, agli enti del terzo settore, alle società benefit e alle fondazioni”.

 

 

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