Nell’ambito delle piccole e medie imprese italiane, che rappresentano la struttura portante del tessuto economico e produttivo del Paese, il credito bancario continua a rappresentare la principale fonte di risorse finanziarie esterne.

Di conseguenza, la stretta creditizia registrata durante gli anni della recente crisi ha creato non poche difficoltà alle aziende, che in molti casi si sono trovate ad affrontare situazioni di grande criticità e tensione sul fronte della liquidità.

Tale situazione, in numerose circostanze, ha creato un circolo vizioso che ha condotto anche a un rilevante aumento delle sofferenze per le banche e un deterioramento dei crediti detenuti nei loro bilanci: il fenomeno in questione ha assunto dimensioni sistemiche e ha richiesto interventi normativi e regolamentari nazionali e sovra-nazionali, volti ad evitare, per il futuro, le stesse criticità per gli istituti di credito, che sono stati assoggettati al rispetto di parametri e vincoli più stringenti rispetto al passato.

A tale proposito, giova sottolineare, inoltre, come il rapporto banca-impresa sia stato di recente ulteriormente modificato da due elementi fondamentali, il primo dei quali è rappresentato dall’entrata in vigore del regime imposto da Basilea 3[1]. Il nuovo framework, stabilendo requisiti patrimoniali sempre più severi e una gestione del credito sempre più prudente da parte delle banche, impone anche alle aziende un’adeguata pianificazione finanziaria e un livello di attenzione sempre più elevato nei confronti dei fattori quantitativi e qualitativi che influenzano il Rating e, di conseguenza, la possibilità di ottenere risorse da parte degli istituti di credito. Tale attività diventa ancor più decisiva alla luce di un altro fattore che ha iniziato ad impattare fortemente sul rapporto banca-impresa, vale a dire l’entrata in vigore del nuovo principio contabile internazionale IFRS 9, che ha sostituito lo IAS 39 già per l’esercizio 2018: l’imposizione di un approccio forward looking, basato non solo sulle perdite già verificatesi ma su quelle ipotizzabili in chiave prospettica, ha generato – e genererà – conseguenze in primo luogo dal punto di vista contabile e “quantitativo”, che incideranno (in molti casi anche in senso negativo) sul patrimonio netto contabile[2] delle banche e sui principali ratio, tra cui, ad esempio, il CET1[3] (infra). Per gli istituti di credito, tali dinamiche avranno come verosimile conseguenza la necessità di accrescere le riserve patrimoniali e la sottrazione di liquidità ai propri asset. Probabilmente, i maggiori effetti negativi del nuovo regime contabile saranno sofferti dagli istituti di minori dimensioni, che probabilmente in passato hanno supportato le piccole e medie imprese più dei big players: di conseguenza, gli esiti più rilevanti dell’entrata in vigore dell’IFRS 9 sull’economia reale potrebbero riguardare proprio le PMI che registrano un’esposizione più concentrata verso le banche più piccole. Il focus sempre più stringente sull’analisi dell’expected loss nel processo di concessione del credito impone sia agli istituti che alle imprese di analizzare in maniera sempre più approfondita i profili di rischio delle diverse operazioni e dei soggetti richiedenti, atteso che l’attribuzione di un Rating positivo configura un elemento di mutuo vantaggio sia per le banche che per le aziende, che deve fondarsi su cooperazione, trasparenza e riduzione delle asimmetrie informative. Le novità regolamentari menzionate, dunque, rendono ancora più rilevanti i profili relativi alla elaborazione di un set informativo e di analisi prospettiche nella procedura di valutazione del merito creditizio delle imprese, non solo nella fase iniziale di accesso al credito, ma anche in quelle di successiva gestione e monitoraggio continuo delle diverse posizioni.

In base a quanto fin qui considerato appare chiaro, ovviamente, come il miglioramento del Rating non si estrinsechi in un’operazione di mera rimodulazione contabile del bilancio, ma deve rappresentare un percorso più complessivo e articolato di risk management, volto ad adottare un approccio maggiormente proattivo nella gestione del rischio e a rafforzare i sistemi di pianificazione, gestione e controllo, non solo dal punto di vista squisitamente finanziario ma anche in termini di attività operative, verifica del modello di business, e così via.

Tuttavia, in molti casi le PMI possono trovare difficoltà in questo processo di pianificazione finanziaria e adeguata disclosure dei dati maggiormente rilevanti che possano costituire un opportuno set informativo per le banche, da predisporre e condividere in maniera continuativa. Di conseguenza, per tali imprese diventa fondamentale il supporto di un vero e proprio Rating advisor, incaricato di analizzare, valutare ed elaborare nella maniera più efficace le informazioni relative alla condizione economica, finanziaria e patrimoniale dell’azienda nell’ambito del processo di assegnazione di un giudizio di Rating da parte degli istituti di credito.

In un contesto così delineato, scopo principale del presente documento è diffondere presso i commercialisti le nozioni principali relative alle migliori modalità di accesso al credito delle imprese (soprattutto quelle di dimensioni minori), con particolare riferimento ai fattori che ne influenzano il Rating e, di conseguenza, alla necessità di una opportuna pianificazione finanziaria per le aziende.

Tale ambito di attività, infatti, può certamente riservare possibilità e ampi spazi di lavoro per professionisti esperti in materia, che riescano a supportare al meglio le imprese nei propri processi di crescita e sviluppo attraverso un adeguato supporto volto a garantire la creazione della struttura del capitale ottimale e una gestione finanziaria che consenta di presentarsi al meglio al sistema creditizio, migliorando non solo le possibilità di accesso ma anche le condizioni alle quali il credito è concesso.

[1] Nel dicembre 2017, Il Gruppo dei Governatori delle Banche centrali e dei Capi delle Autorità di vigilanza (Group of Central Bank Governors and Heads of Supervision – GHOS) ha raggiunto un accordo sulla finalizzazione del pacchetto di riforme regolamentari. L’entrata in vigore definitiva, dopa una fase transitoria di “phase in”, è prevista per l’1 gennaio 2022. Cfr. Bank for International Settlements – Basel Committee on Banking Supervision, “High-level summary of Basel III reforms”, dicembre 2017.

[2] Proprio a causa della forte incidenza dell’introduzione del nuovo principio contabile, al fine di evitare effetti eccessivamente negativi sulla capacità degli operatori di rispettare i requisiti prudenziali previsti, è stata prevista una disciplina transitoria che consente di distribuire su un arco temporale di cinque esercizi l’impatto derivante dall’applicazione dell’IFRS 9.

[3] Common Equity Tier 1: rapporto tra Tier 1 (capitale, riserve e utili non distribuiti) e impieghi ponderati per il rischio.

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