La strada delle semplificazioni intrapresa dal governo e dall’Agenzia delle Entrate è quella giusta. Ma senza un abbassamento della tassazione effettiva gravante sulle imprese, i soli sforzi volti a ridurre gli oneri amministrativi e ad aumentare la tax compliance non sono sufficienti. Parola di Luigi Mandolesi, membro del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili delegato alla fiscalità.

L’attuazione della legge n. 23/2014, recante la delega fiscale, ha imboccato il suo rush finale. Secondo lei è stato fatto abbastanza di quella “manutenzione straordinaria” del sistema che ci si attendeva?

Nonostante il ritardo accumulato nell’attuazione, i decreti legislativi finora predisposti dall’esecutivo rappresentano un primo passo significativo. Le semplificazioni tributarie e il nuovo rapporto fisco-contribuente, orientato alla trasparenza e alla collaborazione reciproca, costituiscono una piccola rivoluzione rispetto a quanto eravamo abituati a vedere in passato. Così come la codificazione dell’abuso del diritto, perché le imprese, gli investitori esteri e i professionisti devono essere in grado di calcolare in anticipo e con certezza gli oneri fiscali. Cosa che finora non avveniva.

C’è un “però” finale in queste sue riflessioni…?

Sì, perché le sole semplificazioni non bastano a rendere il sistema fiscale italiano attrattivo e competitivo come quelli dei principali partner europei. Il tax rate complessivo sopportato dalle aziende supera in alcuni casi il 60% e anche sulle persone fisiche la pressione fiscale è altissima. E’ indispensabile ridurre il carico fiscale, liberare risorse per gli investimenti, la ricerca e in generale i consumi. Con la legge di stabilità 2015 qualcosa è stato fatto (i.e. deducibilità analitica ai fini IRAP del costo del lavoro), ma bisogna insistere in questa direzione.

Anche perché secondo la Commissione UE la clausola di salvaguardia sugli aumenti IVA, in assenza di una vera spending review, scatterà sicuramente…

Questa è una eventualità che andrebbe scongiurata. Il governo si è impegnato in tal senso. Purtroppo la revisione della spesa pubblica non ha dato finora i risultati auspicati. Riteniamo tuttavia che vi siano margini per intervenire ancora in maniera incisiva sul bilancio dello Stato, lavorando su una riduzione delle uscite piuttosto che su una continua ricerca affannosa di maggiori entrate.

Il gettito della voluntary disclosure, la procedura di regolarizzazione spontanea dei capitali illecitamente costituiti o detenuti, può servire per alleviare la pressione fiscale su cittadini e imprese?

Innanzitutto sarà necessario vedere, a bocce ferme, la consistenza di tale gettito (il termine per aderire alla procedura scade il 30 settembre 2015, ndr). In via prudenziale il ministero dell’Economia ha deciso di indicare un solo euro nel bilancio statale, ma è evidente che, laddove i dubbi operativi che finora hanno frenato le domande saranno risolti, si potrebbero raggiungere numeri importanti. Le entrate della disclosure tuttavia, per quanto rilevanti potranno essere, saranno sempre una tantum. Invece bisognerebbe ragionare su interventi più strutturali.

Per esempio una redistribuzione del prelievo fiscale complessivo, nazionale e locale, secondo il noto motto “dalle persone alle cose”?

Francamente riteniamo che la tassazione sulle diverse componenti patrimoniali già oggi sia altissima, al limite del sostenibile. Basti pensare agli immobili, che da sempre rappresentano uno dei settori vitali per l’economia. Non crediamo vi sia molto spazio per bilanciare l’imposizione a parità di gettito, ma servono il coraggio e la capacità di ridurre la pressione fiscale. A tale scopo il CNDCEC è pronto a fare la sua parte, restando a disposizione delle autorità politiche per collaborare nell’individuazione dei problemi e delle relative soluzioni.

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