Con il documento “Analisi della pressione fiscale in Italia, in Europa e nel Mondo“, la Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha posto al centro dell’attenzione il livello elevato della pressione fiscale italiana e la sua straordinaria resistenza alla riduzione. Vale la pena tornare sulla questione per approfondire cosa è successo esattamente negli ultimi anni, anche perché le sfide che ci attendono dopo il Covid-19 sono abbastanza preoccupanti.

La pressione fiscale italiana, dopo il trauma subito negli anni Novanta del secolo scorso, quando era schizzata oltre il 40%, era rientrata ad un livello accettabile nel primo quinquennio del nuovo millennio per poi subire di nuovo uno shock violento negli anni successivi e particolarmente forte nel biennio 2012-2013 a causa della crisi del debito sovrano.

Nella media del biennio, la pressione fiscale subisce un brusco rialzo di 2,1 punti di Pil. Ciò è dovuto, come è noto, alla crisi di fiducia dei mercati internazionali nella sostenibilità del debito pubblico italiano. Grazie a questo intervento, la crisi rientrò e nel quinquennio successivo è stato possibile gestire un percorso di rientro della pressione fiscale che è stato pari, in media, a 1 punto di Pil. In realtà, tra il 2013 e il 2018, la pressione fiscale si riduce di 1,7 punti, ma se consideriamo i valori medi di periodo, la riduzione è pari a solo 1 punto di Pil. Nonostante, dunque, gli sforzi profusi dai governi succedutisi nel periodo, non è stato possibile in cinque anni recuperare lo shock subito in due anni per far fronte alla crisi del debito.

Anzi, nel 2019, la pressione fiscale subisce un brusco rialzo pari a 0,7 punti di Pil cancellando quattro anni di progressivo rientro. Attualmente, il livello della pressione fiscale italiana è pari al 42,4%. Un dato questo che, nei programmi del governo, secondo quanto riportato nella Nadef 2020, non è destinato a calare nei prossimi anni, anzi continuerà ad aumentare nel 2020 e nel 2021 per poi ridursi leggermente nel 2022-2023. E questo accade nonostante il governo abbia soppresso gli aumenti dell’Iva e delle accise previsti a legislazione vigente per il 2021 e gli anni seguenti.

Ma cosa è successo esattamente nel 2019 che ha interrotto il ciclo virtuoso di rientro della pressione fiscale italiana segnando un brusco rialzo di 0,7 punti?

L’effetto maggiormente rilevante è stato causato dai contributi sociali obbligatori (+0,3 punti), seguito dall’Irpef al lordo delle addizionali (+0,15 punti) e dall’Iva (+0,075 punti).

Questi dati indicano, probabilmente, un effetto, non ancora quantificato, di recupero di evasione insieme al venir meno di alcune agevolazioni fiscali e contributive.

La Nadef 2020 parla di trend positivo delle entrate tributarie nel 2019 con un aumento di 12 miliardi rispetto al 2018, dieci miliardi in più rispetto alla previsione Nadef 2019.

Nel 2020, invece, il gettito tributario atteso è previsto calare dell’8,1% a causa del posticipo delle scadenze di versamento e in alcuni casi della cancellazione degli oneri fiscali a imprese e famiglie. Ciò nonostante, la pressione fiscale salirà al 42,5% confermando, come recita lo stesso documento programmatico del governo, una certa resilienza delle entrate tributarie alla crisi sanitaria ed economico-sociale in atto.

Ma, visto che il rientro della pressione fiscale è praticamente fallito, cosa è successo esattamente durante lo shock fiscale? Chi ha contribuito maggiormente allo shock e chi ha beneficiato di più, invece, nella fase di rientro?

L’analisi dettagliata del gettito tributario e contributivo permette di osservare come i 2,1 punti di shock fiscale 2012-2013 siano imputabili essenzialmente all’Imu (+0,8), all’Irpef al lordo delle addizionali (+0,4), alle ritenute sugli interessi e sui redditi di capitale delle famiglie (+0,2), all‘Ires (+0,2) e ai contributi sociali obbligatori a carico delle famiglie (+0,2).

Nella fase di rientro, invece, mentre l’Imu non subisce variazioni e resta al livello shock raggiunto nel 2012-2013, l’Ires si riduce significativamente (-0,4), l’Irap si riduce ancora di più (-0,6) e i contributi obbligatori a carico dei datori di lavoro scendono (-0,2) nonostante non avessero subito incrementi nella fase di shock.

E’ evidente, dunque, da questa analisi, che quella resilienza delle entrate tributarie di cui parla il governo nella Nadef 2020 è una resilienza che costa molto cara alle famiglie italiane che, come sempre accade nei periodi di crisi, sono le prime a dover sopportare il peso di un aggiustamento fiscale necessario.

Questa conclusione, alla luce della nuova crisi che stiamo vivendo, deve destare non poca preoccupazione per il futuro, soprattutto per il 2022-2023, quando, molto probabilmente, la Banca centrale europea cesserà di sostenere il debito pubblico e i rischi finanziari per l’Italia aumenteranno.

 

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