In un quadro di continua espansione della professione di commercialista, si è verificato un importante processo di riallineamento dei redditi medi territoriali che sconta, però, ancora notevoli ostacoli economici strutturali. Dal 2007 al 2023, periodo coincidente con l’Albo unico dei commercialisti che ha riunito dottori e ragionieri, il reddito complessivo della categoria è aumentato del 68,6%, più del doppio del Pil, cresciuto del 32,2%. E, mentre la popolazione italiana, nello stesso periodo, è aumentata dello 0,8%, il numero dei commercialisti è aumentato del 26,9%. Questo ha permesso al reddito medio di battere il pil pro-capite (+34,8% contro +30,7%). Inoltre, se si considerano i soli dati dei dottori commercialisti, la crescita del reddito medio nel periodo raggiunge il 40% e quella degli iscritti il 56%.
Sono alcuni dei dati contenuti nella ricerca della Fondazione nazionale della categoria “I redditi dei commercialisti. Un’analisi territoriale tra convergenza, cluster analysis e modellazione econometrica”, che certificano la crescita costante della categoria negli ultimi anni. Una crescita che favorisce la riduzione dei divari territoriali che in molti casi, però, presentano differenze strutturali radicate. Dal 2007 al 2023, il divario reddituale Sud-Nord è passato dal 62,3% al 57,4% facendo registrare un calo di 4,9 punti percentuali. La riduzione del divario reddituale Sud-Nord è avvenuta nonostante il divario economico in termini di Pil pro-capite sia leggermente aumentato.
Nella ricerca, i redditi medi dei singoli ordini territoriali sono stati rielaborati a livello provinciale. Per il 2023, ultimo anno d’imposta considerato nella serie dei dati analizzati, si va dai 164.288 euro della provincia di Bolzano ai 33.698 euro di quella di Reggio Calabria. L’analisi della dinamica territoriale dei redditi ha permesso di stimare un processo di convergenza che procede a un ritmo dell’1,7% annuo, anche se dopo il 2016 si registra una netta accelerazione.
Nella ricerca viene presentato, per la prima volta, l’indice di disparità di genere, per tenere conto del gender pay gap, che presenta i valori più elevati nelle province di Genova, Bolzano e Imperia e quelli più bassi ad Agrigento, Ragusa, Rieti e Matera. Presentato anche l’indice di disuguaglianza relativa per tenere conto dei divari generazionali e del life-cycle effect con i valori più elevati nelle province di Pesaro, Milano, Sondrio e Treviso e quelli più bassi ad Ascoli Piceno, Trapani e Agrigento. I dati mostrano, in maniera inequivocabile che i divari di genere e generazionali sono più elevati lì dove i redditi medi sono più alti. Particolarmente interessanti anche i risultati della cluster analysis utile anche per guardare oltre la classica dicotomia Nord-Sud e delineare una mappa funzionale del sistema professionale italiano, articolata in sistemi territoriali omogenei. L’analisi ha permesso di raggruppare le province esaminate in quattro cluster rappresentati da “Territori dinamici in recupero” (33 province con in testa Perugia), “Poli consolidati ad alto reddito” (15 province con in testa Bolzano), “Aree strutturali deboli” (13 province con in testa Ascoli Piceno) e “Aree intermedie stabili” (45 province con in testa Lecco).
A partire da questi dati, il Documento di Ricerca della Fondazione nazionale si interroga sulle cause e sulle determinanti dei divari reddituali territoriali con un’analisi a carattere provinciale finalizzata a studiare le relazioni esistenti tra redditi medi e indicatori economici. È la prima volta che viene condotta un’analisi statistica ed econometrica di questo tipo. Sulla base delle serie storiche disponibili, sono state stimate le relazioni tra la struttura economica territoriale e i redditi medi elaborando, attraverso l’analisi econometrica, stime puntuali dei parametri di dipendenza, ad esempio, tra il valore aggiunto pro-capite a livello provinciale e i redditi medi. In tal modo, il documento, corredato anche da una corposa appendice statistica, offre, oltre alle analisi descritte, una ricca base di dati, comprendente anche l’elaborazione di nuovi indicatori, che viene messa a disposizione di tutti gli stakeholder della categoria.
I modelli di regressione mostrano una relazione di dipendenza molto forte tra il reddito medio e gli indicatori economici territoriali presi in considerazione. In primis, la densità della clientela, cioè il rapporto tra addetti delle imprese del territorio e commercialisti attivi sul territorio, l’indicatore di complessità economica, che tiene conto della presenza di sistemi economici più articolati a knowledge-intensity e il valore aggiunto pro-capite.
Il modello stima, ad esempio, che un aumento di un anno dell’età attesa media di lungo periodo tra province si associa a un +2,8% del reddito medio. Ancora, che un aumento del 10% nel rapporto che misura la densità della clientela comporta, in media, un reddito del 3,3% più alto, mentre un aumento di una unità dell’indicatore di complessità economica si associa, in media, a un incremento del reddito professionale del 5,7%. Infine, un livello più alto del 10% del valore aggiunto pro-capite comporta, in media, un innalzamento del reddito professionale di circa il 6% a parità di altre condizioni.
Il modello così costruito permette di condurre simulazioni prospettiche per calcolare l’effetto di variazioni nelle variabili strutturali a livello provinciale, mentre nel documento sono state condotte alcune esercitazioni specifiche.
“Questa ricerca – commenta il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti Elbano de Nuccio – apre uno squarcio nuovo nello studio dell’evoluzione della professione. In questi anni siamo cresciuti molto, ora è il momento di riorganizzarsi, non semplicemente per difendere le posizioni, ma, soprattutto, per continuare a rendere sostenibile la continua espansione che ha caratterizzato fino ad oggi la nostra evoluzione. Per farlo, proprio come l’intera ricerca dimostra, è necessario restare ancorati alla realtà produttiva, anticipando le sfide anziché subirle, restando protagonisti dello sviluppo del Paese, puntando sulla qualità della prestazione professionale e, quindi, in modo particolare sulla formazione e sull’innovazione continua”. “Allo stesso tempo – prosegue – dobbiamo prestare attenzione ai divari, dobbiamo sforzarci il più possibile di accelerare la dinamica evolutiva che registra importanti convergenze, soprattutto negli ultimi anni, nei quali si concentra la maggior parte della riduzione del divario territoriale. Dobbiamo porci sempre più come protagonisti dello sviluppo territoriale, soprattutto nelle aree più fragili, dove il tessuto economico è ancora troppo frammentato e debole”.


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