Nel bel mezzo di una crisi politico-istituzionale, a seguito dell’esito referendario di inizio dicembre – quando l’interesse è (forse) catalizzato più dalle anticipazioni dei corridoi di palazzo che dal (poco mirabolante) futuro economico prossimo venturo, figurarsi quindi da un tema di siffatta portata come la “lotta” all’eccesso di “burocrazia (inutile)” – non deve però cadere nel vuoto un ragionamento razionale, volto a cercare di migliorare l’efficienza delle interazioni tra sfera pubblica e privata.

La situazione economica che stiamo attraversando è tuttora avvolta nei perduranti effetti della crisi che non abbiamo (ancora) saputo superare pienamente. Alla debolezza storica del nostro bilancio pubblico (rectius, debito pubblico in continua crescita in termini reali) si è aggiunta negli ultimi anni una crescente criticità del settore bancario, stretto com’è fra speculazione (anche, in parte), carenze endemiche (bassa patrimonializzazione media, modello di business in rapida trasformazione, singoli casi di “gestioni discutibili”, in parte anche interferenze politico-clientelari non ancora risolte) e l’esplosione delle insolvenze delle imprese prenditrici di debito, che resta un indice (molto) sottovalutato della (eccessiva) debolezza del nostro sistema imprenditoriale (salvo singole eccezioni, pur esistenti).

Il circuito vizioso dato dall’esplosione dei NPLs (non performing loans), dal crollo degli investimenti industriali e dalla stagnazione (ad essere generosi) del mercato del lavoro, che va a sommarsi all’incremento della pressione tributaria (soprattutto indiretta e degli enti locali) nel tempo ed all’annosa questione dell’eccessivo tasso (patologico) di evasione (si badi, tutte concause, queste, della scarsa competitività del sistema-paese), rischia di essere benzina che alimenta il fuoco della (potenziale) esplosione di una crisi bancaria sistemica di cui sono stati sin qui (a parere di chi scrive) mal gestiti i sintomi finora emersi.

A ciò si aggiunga il continuo esponenziale incremento di una burocrazia spesso eccessiva ed autoreferenziale, che, prima ancora di ricordare le (mancate) azioni di spending review comunque necessarie, oltre a creare costi impliciti (inefficienza degli apparati statali) ed espliciti (costi di gestione a carico delle imprese e delle famiglie), rischia di assumere ora un ruolo di vero e proprio detonatore delle tensioni sociali quando, contro gli ennesimi adempimenti imposti, addirittura un’intera categoria professionale – solitamente corpo sociale intermedio considerato come “cinghia di trasmissione” fra pubblico e privato, per la molteplicità delle funzioni svolte, non solo in ambito fiscale – “scende in piazza” in una manifestazione pubblica, minacciando (e sarebbe una “prima” storica) di ricorrere allo “sciopero fiscale” (rectius astensione autoregolamentata dall’apposito codice di autodisciplina).

Ecco, quale che sia il nuovo assetto politico-istituzionale cui andiamo incontro, il tema della “lotta” all’eccesso di “burocrazia (inutile)” deve rimanere al centro del dibattito. È una “sfida” (soprattutto) culturale, certo, ma “meno burocrazia” può (e deve) diventare uno snodo fondamentale per far ripartire il Paese. Meno burocrazia, cioè ricerca di una maggiore efficienza al servizio dei cittadini e delle imprese; meno burocrazia, cioè meno adempimenti ed inutili orpelli formalistici e più sostanza negli obblighi imposti, siano essi giuridici, fiscali, amministrativi o procedurali. Meno burocrazia, cioè minor costi (diretti ed indiretti) per adempiere alle Leggi dello Stato.

Meno burocrazia, dunque, ma non per questo si intenda minor presidio a contrasto dell’illegalità, poiché una maggior efficienza dell’apparato statale e del rapporto fra questo ed i cittadini è il miglior antidoto (a costo zero) da somministrare per prevenire malversazioni, corruzione ed illegalità economiche.
Meno burocrazia sottende – indirettamente, ma non per questo meno connesso – anche “meno tasse”, poiché un sistema fiscale più semplice estirperebbe all’origine proprio taluni eccessi di burocrazia oggi gravanti sugli operatori economici, oltre ad essere (se il sistema fiscale in sé divenisse equilibrato nel suo insieme) a sua volta stimolo per “più economia”.

Più economia, intesa come rilancio degli investimenti privati industriali ed incentivi alla creazione di valore (quindi per favorire un recupero di produttività e di competitività sui mercati; ma anche una maggiore sostenibilità finanziaria delle imprese, a beneficio sia della tenuta del sistema bancario che della solidità nel tempo dei rapporti di lavoro).
Più economia, per “correggere” nel prossimo futuro i dati del grafico qui illustrato, che evidenzia gli effetti subiti dal nostro sistema imprenditoriale con la crisi degli ultimi anni.

Più economia e meno burocrazia, dunque. Ma questo vuol dire (necessariamente) “più Professione (preparata)”; perché quel ruolo “sociale” prima rivendicato della “nostra” Professione sta – in ultima analisi ed a parere di chi scrive – proprio nel fungere da trait d’union nei rapporti fra pubblico e privato, sempre dalla parte della legalità ed al contempo a sostegno delle scelte aziendali tese a realizzare percorsi di crescita sostenibile nel tempo. Ma per far questo occorrono competenze ulteriori a quelle “storiche”, giuridico-fiscali e contabili, siano esse organizzative, finanziarie o di risk management, al servizio del settore privato, del no profit o del settore pubblico.
Questa è però un’altra “sfida”, tutta interna alla “nostra” Professione, che investirà la nuova consiliatura e che (quale che sia la lista che otterrà la maggioranza) tutti dobbiamo auspicare che sappia vincere.

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