1. Il contesto globale

La crescita economica mondiale appare mantenere un andamento altalenante e incerto dovuto soprattutto all’accentuato fenomeno della globalizzazione dell’economia che, se anche da un lato ha ampliato i mercati di sbocco tra i Paesi, dall’altro ha reso la competizione sempre più difficile.

Il mercato dei capitali a carattere internazionale e la conseguente innovazione tecnologica ha necessariamente comportato per le imprese una rivisitazione delle procedure di gestione “Corporate Governance” con un forte aumento dei costi e maggiori responsabilità da parte degli organi di amministrazione e controllo.

L’area del mondo, dove la crescita economica continua ad avere la sua manifestazione più vigorosa e non episodica, è rappresentata dai Paesi emergenti dell’Asia e, in particolare, la Cina, area questa che segna tassi di crescita superiori al 6%. Attualmente anche negli Stati Uniti, a seguito delle misure adottate dal Presidente Trump, il tasso di crescita si aggira intorno al 3,5%, mentre l’Europa ha qualche difficoltà dovuta anche ai contrasti tra i Paesi che ne fanno parte per le modalità di “Governance” e la concorrenza tra essi al fine di attrarre investimenti.  La crescita viene attualmente stimata intorno al 1%.

Una delle cause della difficoltà di crescita economica nei Paesi europei è sicuramente la mai attuata armonizzazione dei sistemi fiscali e, cioè, la carenza di una effettiva “Unione fiscale”. Ciò comporta che i Paesi si collocano in concorrenza tra di loro mediante l’istituzione di sistemi agevolativi di tassazione atti ad attrarre gli investitori a discapito gli uni degli altri aderenti alla Comunità.

Dobbiamo renderci conto che siamo di fronte ad una concorrenza globale dei mercati e le attuali politiche fiscali, attuate dai Paesi europei, disattendono quelli che ne sono i principi cardine: efficacia, efficienza, equità e sostenibilità; pertanto dobbiamo agire per modificarle.

  1. La situazione economica e fiscale in Italia

In Italia il mondo delle imprese, in particolare quello delle PMI, si trova ad affrontare una perdurante crisi economico – finanziaria e di sistema; è da rilevare che negli ultimi tre mesi hanno cessato l’attività più di 50 mila aziende e il potere di acquisto degli ultimi 20 anni in Italia è sceso del 3,8%, dovuto soprattutto alla bassa crescita economica e alla stagnazione della produttività. Attualmente l’Italia è all’ultimo posto per la crescita economico tra i 27 paesi europei.  Nonostante la bassa crescita, la struttura produttiva italiana risulta solida e, in termini di valore aggiunto, l’Italia rimane il terzo paese manifatturiero d’Europa con esportazioni che raggiungono l’80% del valore.

La frammentazione nel settore dei servizi in molti comparti significativi per la capacità tecnologica e di innovazione, comporta per gli operatori il non raggiungimento di una scala adeguata a effettuare gli investimenti necessari per concorrere con i player mondiali e per adattare i modelli di business ai cambiamenti (vedi le telecomunicazioni).

Molteplici sono i fattori che hanno contribuito in questi ultimi anni a sviluppare effetti negativi sulle imprese e di conseguenza sul sistema economico italiano tra cui:

  • il grave deterioramento nel quadro della normativa tributaria e civilistica;
  • il difficile e complicato rapporto tra Amministrazione Finanziaria e imprese;
  • il sempre maggior peso fiscale, dovuto ad una spesa pubblica inarrestabile che attualmente si aggira intorno ai 900 miliardi di euro e con un bilancio pubblico che supera i 2.300 miliardi di euro;
  • la complessità delle norme e l’incertezza della loro applicabilità;
  • il disarticolato e complesso sistema fiscale.

Il sistema fiscale italiano negli ultimi 20 anni è stato oggetto di continue e minuziose modifiche che lo ha reso caotico e continuamente mutevole e ciò ha creato sfiducia da parte dei contribuenti verso lo Stato. Come è noto le imprese, per poter programmare gli investimenti hanno essenzialmente bisogno di un sistema tributario stabile e della certezza del diritto.

Attualmente il sistema è uno dei più complessi del mondo, difatti, uno studio sugli indici di complessità dei sistemi fiscali, effettuato nel 2017, ha dimostrato che, su 94 ordinamenti tributari esaminati, il nostro paese è al terzo posto in assoluto nel mondo, dopo il Brasile e la Turchia.

La super produzione di leggi, le costanti modifiche, l’incertezza nell’applicazione delle regole, le continue discordanti interpretazioni e i notevoli adempimenti, producono anche il mal funzionamento della stessa Amministrazione Finanziaria. Tutto ciò contribuisce a creare un reciproco clima di sfiducia tra i contribuenti e lo Stato, peraltro inducendo sia le persone che le imprese a “fuggire” verso altri Stati a più favorevole tassazione.

In merito agli adempimenti fiscali è poi da rilevare che un recente rapporto ha evidenziato che il numero medio di ore impiegate per gli adempimenti fiscali in Italia è di circa 240 contro una media europea di 160. Ciò conferma che il nostro sistema fiscale è complesso e inefficiente, denso di norme mal scritte e difficilmente interpretabili con conseguente aumento del contenzioso tributario che risulta essere tra i più alti del mondo con pesante impatto anche sul bilancio pubblico.

Tali fattori fiscali negativi, unitamente:

–           ad un basso livello medio di patrimonializzazione;

–    ad una limitata propensione agli investimenti, specie se rischiosi;

–           ad una modesta apertura al mercato dei capitali di rischio;

–    ad un inadeguato approccio all’innovazione tecnologica ed all’interazione con il mondo della ricerca,

incrementano le difficoltà che le imprese italiane si trovano ad affrontare per collocarsi sul mercato, con conseguenze avverse sulla loro crescita, che, in molte occasioni, spingono a delocalizzare le produzioni per usufruire dei vantaggi fiscali offerti degli altri Paesi europei (vedi ad esempio: la Croazia, l’Olanda, l’Irlanda e il Lussemburgo).

La carente crescita economica di questi ultimi anni ha comportato un incremento del debito pubblico che, come detto, attualmente supera i 2.300 miliardi e che certamente non potrà essere ridotto tramite un ulteriore aumento del gettito tributario, ma solo attraverso una forte spinta allo sviluppo economico e tramite una nuova politica fiscale accompagnata dalla riforma del sistema fiscale.

  1. Gli obiettivi di una riforma fiscale

Una riforma sistematica ed organica del nostro sistema fiscale non è più procrastinabile in considerazione del fatto che essa ormai deve essere adattata ad un mondo in cui il capitale e l’impresa non hanno più frontiere e la concorrenza tra le Nazioni è sempre più spietata.

L’Italia, in particolare, soffre di una elevata pressione fiscale per le imprese, con la conseguenza che esse si trovano in difficoltà nel pagamento di oneri, tasse e contributi; l’elevata pressione fiscale, infatti, incide sulla loro capacità di gestire la propria liquidità e quindi anche sulla possibilità di effettuare investimenti ed incrementare l’occupazione.

Sull’alta pressione fiscale si è espressa qualche tempo fa anche la Corte dei Conti: “L’Italia ha una pressione fiscale difficilmente tollerabile. La pressione fiscale a carico di tutte le imprese, il cosiddetto Total Tax Rate, si aggira in Italia intorno al 60%, considerato tra i più alti dei Paesi industrializzati.

Occorre pertanto procedere a una revisione profonda dell’attuale sistema fiscale che risulta confuso e instabile e che concorre ad allontanare i capitali esteri e ad indurre le imprese italiane a meditare di trasferirsi altrove.

Si tratta di effettuare un urgente lavoro di “pulizia” del sistema fiscale per dare:

– certezza alle norme,

– affidabilità rispetto ai principi,

– ragionevolezza e semplificazione applicativa.

Ciò di per sé può incidere sulla competitività del Paese perché contribuisce a diradare la diffidenza verso il sistema fiscale italiano; diffidenza che (pur certo non da sola) mantiene l’Italia ai margini delle correnti di investimento mondiale.

Inoltre, è noto che un fisco complicato svantaggia soprattutto le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano circa il 95% del totale.

Bisogna procedere a creare un fisco capace di costruire un percorso di favore, mirato ad accompagnare e ad incoraggiare le imprese in quei comportamenti virtuosi che tendono a generare risultati coerenti con l’interesse pubblico.

Per quanto sopra accennato il Governo si deve porre come obiettivo prioritario di riformare il sistema fiscale che abbia come obbiettivo oltre a quello ordinario-tradizionale di contribuire al reperimento delle risorse necessarie per l’espletamento delle pubbliche funzioni tali da:

  1. assecondare la crescita economica delle imprese e, di conseguenza, quella dell’intero sistema economico;
  2. favorire la competitività: sia delle imprese nei confronti dei competitors esteri sia dello stesso sistema-Paese al fine di attirare gli investimenti esteri;
  3. razionalizzare l’ordinamento tributario ed il sistema di attuazione della norma fiscale;
  4. stimolare i consumi e gli investimenti, soprattutto nei periodi di congiuntura sfavorevole come quella attuale.

In sostanza, il sistema fiscale deve agire come catalizzatore dei processi economici, ossia come elemento che favorisca quelle reazioni che l’economia ordinariamente prevede nel percorso verso l’efficienza e l’ottimale allocazione delle risorse.

  1. La riforma fiscale

Per costruire una seria ed efficace riforma fiscale, in maniera prioritaria, è fondamentale il rispetto:

  • dei principi di capacità contributiva e progressività del sistema tributario di cui all’art. 53 della costituzione;
  • dei principi e delle direttive della comunità europea;
  • della stabilità della pressione fiscale rispetto al P.I.L.;
  • del principio di equità;
  • della certezza del diritto e semplicità delle regole.

La riforma del sistema tributario non deve essere attuata in maniera casistica ma è necessario creare un vero e proprio codice tributario omnicomprensivo formato da una parte generale e da parti speciali relative a singole imposte ed altri aspetti collegati (codificazione su due livelli) in modo da garantire, anche sul piano comunitario, la coerenza e stabilità del sistema.

E’ da rilevare che un sistema fiscale, per avere successo, deve:

  1. essere semplice, razionale, equo e giusto;
  2. avere aliquote nominali accettabili e tali che l’evasione non sia considerata il migliore investimento;
  3. essere compreso e accettato dagli operatori, dalle imprese e da tutti i cittadini, come un “buon sistema fiscale”.

Infine è da evidenziare che il sistema fiscale può avere successo se funzionano gli apparati che lo gestiscono. Quindi è necessario porre maggiore attenzione alla organizzazione e al personale dell’Amministrazione Finanziaria fino, ad oggi molto trascurata e non motivata. L’organizzazione deve essere efficiente e in grado di effettuare i controlli necessari per scovare gli evasori; il personale deve essere sempre più preparato, formato, motivato e specializzato per collaborare sempre più con il legislatore, con gli operatori e con tutti i cittadini. Se quanto osservato e esposto viene realizzato, si potrebbero raggiungere risultati positivi per quanto concerne la fiducia dei cittadini verso lo Stato.

Al riguardo il grande studioso Adam Smith, ai suoi tempi, con stupore, osservò come i cittadini olandesi dichiaravano fedelmente i propri redditi, pagando regolarmente le imposte senza evasione e con serenità. Indagando su tale comportamento Smith rilevò come le aliquote, in quel tempo e in quel paese, fossero moderate e le risorse dei tributi venivano spesi tutti nell’interesse della collettività: i contribuenti ne erano a conoscenza e ne erano convinti e, pertanto ritenevano giusto e corretto contribuire fedelmente alle spese che venivano fatte nel loro vero interesse

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